di Gabriele Segre
La Stampa, 20 giugno 2025
Nello scenario bellico dove si punta all’annientamento altrui, serve unire nuovamente i puntini. Reagire con sgomento di fronte all’escalation di guerra tra Israele e Iran è giusto e comprensibile. Continuare a considerarla un’eccezione, non più. Lo scontro tra i due Paesi è solo l’ultimo segnale brutale di quanto la storia stia cambiando e oggi la vera sfida è decifrare quale nuova immagine del mondo potrà emergere una volta uniti tutti i puntini seminati da queste crisi infinite. Magari prima che si compia una di quelle svolte storiche che, all’improvviso, danno senso a un’intera epoca, ma sempre a un prezzo altissimo.
Serve, però, affinare lo sguardo, evitando di cadere nella trappola di proiettare nel disegno che si compone solo ciò che desideriamo vederci. Ad esempio, l’amato diritto internazionale, ancora distrattamente evocato durante l’ultimo G7 in Canada, come se non sapessimo che è morto da tempo: forse già con le bombe su Belgrado o Baghdad, di certo sepolto sotto le macerie di Gaza e Kharkiv. Sarebbe altrettanto necessario riconoscere che anche la logica della deterrenza è uscita dal riquadro. Una perdita che lo scambio di missili tra Teheran e Tel Aviv ha soltanto confermato, ma che era già evidente con l’invasione russa dell’Ucraina e con il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre. La paura che, colpendo il nemico, si sarebbe finiti per farsi troppo male a vicenda è evaporata. Al suo posto, si è affermata l’idea che ogni attore possa spingerci sempre oltre, alzando la posta incurante delle conseguenze. Lo hanno fatto Putin, Hamas, Netanyahu, l’Ucraina. Lo facciamo anche noi europei, accettando che le possibili ricadute dell’invio di missili a lungo raggio a Kiev siano un rischio che siamo disposti a correre.
Quanto agli Stati Uniti, la loro deterrenza sembra svanita insieme a una strategia politica in grado di sostenerla. Abbiamo considerato Biden debole perché cercava di farsi garante di un ordinamento multilaterale ormai sgretolato. Ma oggi Trump rischia di apparire ancora più fragile: nel tentativo di disinnescare i medesimi conflitti, ha fatto leva unicamente sulla propria volontà di pacificazione, costi quel che costi - ed è stato calpestato tanto dagli avversari quanto dagli alleati. La sua speranza di rientrare in gioco all’ultimo momento sul tavolo dell’Iran, magari attribuendosi il merito della mossa decisiva, rivela l’esatta misura della sua impotenza.
Ma non è stata solo l’incoscienza dei tempi a uccidere la deterrenza: è la natura stessa della guerra moderna ad averla resa impraticabile. Un tempo si potevano prevedere le mosse del nemico calcolando convenienze politiche e potenza di fuoco. Oggi, droni dal costo irrisorio sono in grado di decimare flotte di bombardieri o bloccare rotte commerciali globali: l’equazione strategica si è fatta indecifrabile e non distingue più tra una superpotenza, un attore regionale o un gruppo terroristico. E qui si annida il pericolo maggiore: se le armi diventano ogni giorno più economiche, letali e sofisticate, qualcuno prima o poi si sentirà costretto a ristabilire il proprio margine di deterrenza con l’unico strumento che ancora incute un timore reale.
A rendere tutto ancor più drammatico si aggiunge un’ulteriore evidenza: oggi tutte le guerre sono diventate esistenziali. Aggressori e aggrediti combattono per la pura sopravvivenza, immersi in conflitti dis-ordinati, privi, cioè, di qualunque riferimento a un ordine riconoscibile. Gli attacchi non prevedono una strategia per la vittoria, né una via d’uscita in caso di sconfitta. Non esistono margini di trattativa, né spazi di negoziazione. Niente caschi blu, nessuna mediazione credibile, nessun equilibrio da salvare. In queste guerre moderne, l’unico esito possibile è l’annientamento dell’altro.
Niente diritto, niente deterrenza, niente volontà politica. A regolare i rapporti tra le nazioni è rimasta soltanto la forza - o meglio, la disponibilità a farne uso. Una logica di potenza che, tra le altre cose, soffoca sul nascere qualsiasi sogno di difesa comune europea, a meno di non saper dimostrare, con i fatti, di essere davvero pronti a sostenerla. Altrimenti sarà solo l’ennesima conferma che continuiamo a coltivare sogni che non possiamo permetterci, prigionieri di quella stessa miopia selettiva che ci fa vedere più ciò che desideriamo, che ciò che esiste davvero.
E tuttavia, anche solo spinti dal desiderio di sopravvivere, se davvero volessimo interrompere questa corsa a trasformare il mondo in una giungla, resterebbe ben poco da fare - a meno di cambiare sguardo e strumenti. Se continuiamo a utilizzare le stesse categorie culturali che hanno fondato il pensiero politico del secolo scorso, falliremo come chi si ostina a impugnare una fionda contro un caccia di sesta generazione. I principi del vecchio ordine non vanno abbandonati, certo, ma resteranno impotenti se non avremo il coraggio e la lucidità di reinterpretarli dentro il nuovo contesto in cui ci troviamo.
Eppure sembriamo ancora incapaci di farlo. Non per mancanza di volontà o di buone intenzioni, ma forse perché il mondo non è ancora cambiato abbastanza da imporci uno sguardo davvero alternativo. La verità più amara è che potrebbero servire altre crisi, altri shock, altri puntini da unire prima di riuscire a intravedere la figura intera. Con una postilla non secondaria: quei puntini, uno per uno, siamo noi.











