Il Mattino di Padova, 2 marzo 2015
La Commissione Giustizia della Camera ha avviato in questi giorni l'esame di due proposte di legge in materia di relazioni famigliari e affettive delle persone detenute. È un piccolo passo importante, avvenuto grazie soprattutto alla campagna di informazione partita dalla Casa di reclusione di Padova, dalla redazione di Ristretti Orizzonti, in collaborazione con la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, ma sono state anche le migliaia di firme di persone detenute, di loro famigliari e di cittadini attenti e sensibili a sollecitare la politica a occuparsi degli affetti delle persone detenute, delle loro famiglie, delle sofferenze a cui sono condannate se non vogliono abbandonare i loro cari.
Ora inizieranno alla Commissione Giustizia le audizioni degli "esperti", degli addetti ai lavori, ma noi proponiamo che siano sentiti anche i nostri esperti, perché riteniamo che non ci siano persone con una conoscenza più profonda di quella che hanno quei figli e quelle figlie, la cui vita è diventata un percorso a ostacoli. Nel racconto che riportiamo, una giovane donna con il padre in carcere aggiunge ancora dettagli nuovi al dolore della condizione di figli di detenuti, spiegando che quella "macchia" ti condiziona ogni momento della vita: ti fa sentire inadeguata quando a scuola non hai un padre da "esibire", ti fa pensare che tu non puoi neppure fare gli studi che vorresti scegliere, perché come si fa a "osare sognare" di diventare avvocato o magistrato, con un padre in galera? Questa figlia noi vorremmo che fosse chiamata a una audizione in Commissione Giustizia della Camera, perché nessuno meglio di lei può spiegare ai parlamentari che la legge come è adesso è davvero poco umana.
Quando un genitore è in carcere, lo è anche la sua famiglia
Sono contenta di aver tratto tante cose belle e positive da una brutta esperienza.
Essere figlia di un carcerato non è facile, come non è facile vivere senza la presenza di un padre.
Io entro nelle carceri da quando avevo sei anni e ne ho girate tante per andare ai colloqui. Partivamo la sera tardi, io e mia mamma, per essere al mattino da mio papà. Dovevamo fare tante ore di viaggio. Se prima andavo a Cuneo dopo succedeva spesso che lo trasferivano e noi dovevamo andare a Napoli, a Larino, a Sulmona.
Io sono consapevole del cattivo comportamento di mio padre, ma nessuno era a conoscenza di una bambina che sarebbe dovuta andare ai colloqui? Che avrebbe dovuto affrontare tante ore di viaggio? È proprio per questo che affermo che quando un genitore è in carcere lo è anche la famiglia, perché come non era un problema per l'amministrazione penitenziaria buttare mio padre a Napoli (io vivo ad Alessandria), non era nemmeno un problema far andare me così lontano, far sì che una bambina piccola anche in inverno, al freddo, dovesse passare le notti in treno per vedere suo padre.
Quando partivo per i miei "viaggi" non dicevo niente a nessuno, perché mi vergognavo molto. Sarebbe stato umiliante per me doverlo dire ai miei compagni delle elementari o alle mie maestre, e la stessa vergogna la provavo anche alle medie e alle superiori così come nei primi mesi di università, fino a quando ho incontrato delle persone sensibili e attente e abbiamo parlato tante volte e ho capito che non era colpa mia, che non mi sarei dovuta vergognare per un atto che non ho commesso io, perché io sono una vittima in tutto ciò.
All'inizio di mio padre non sapeva niente nessuno, neppure il mio ragazzo, la mia migliore amica. Io avevo una vita "parallela" sotto un certo aspetto, perché mentivo, rimanevo sul vago, cercavo di parlare di mio padre il meno possibile, perché la mia paura era di essere considerata anch'io come un frutto marcio destinato a fare una fine brutta.
Il carcere è una realtà molto lontana secondo la gente, anche se ogni nostro comportamento illecito può portarci a farne parte, ma questa possibilità non viene mai considerata e quindi chi ne fa parte è come se avesse la peste e deve essere tenuto lontano dalla società. Durante la mia adolescenza riflettevo molto su queste cose e tra me e me dicevo che non sarei mai potuta diventare qualcuno perché la figlia di un carcerato non può pretendere niente, allora molte volte ho anche pensato di smettere di studiare, tanto sarebbe stato tutto inutile. Mia mamma però ha sempre insistito perché secondo lei non dovevo farmi questi problemi, allora io continuavo a studiare per rendere orgogliosa la mia famiglia. Dopo le superiori ho pensato di iscrivermi ad Economia e Commercio, perché finita l'università speravo che sarei forse riuscita a trovare qualche lavoretto, anche se il mio sogno era Giurisprudenza, ma la figlia di un detenuto non può entrare in quell'ambito.
Tutte le mie paranoie, per fortuna, le ho però confessate ad altre persone che mi hanno fatta riflettere, perché io mi ponevo da sola molti limiti, secondo me i figli di persone libere potevano aspirare a molto di più di quello a cui potevo aspirare io, non consideravo però il fatto che magari tanti miei coetanei, nonostante siano figli di persone senza precedenti penali, non hanno come aspirazione o ambizione quello che piace a me, e magari le mie motivazioni e la mia passione per gli studi sono molto più forti delle loro.
Fortunatamente poche settimane prima di iscrivermi ho parlato con una persona a cui voglio un gran bene, confessando che non mi sarei iscritta a Giurisprudenza perché sarei stata oggetto di pregiudizi, ma lei è riuscita a farmi cambiare idea, ed ora sono al secondo anno di Giurisprudenza, senza tutte le paure di prima. Il mio coraggio è aumentato perché ora parlo molto tranquillamente della mia vita, anche con alcuni professori, quasi per vantarmi, come per dire che non occorre essere figli di persone "importanti" per potersi permettere di studiare e avere tante ambizioni, questo anche perché ho avuto modo, negli ultimi giorni, di conoscere persone che sono intellettuali, figli "di", ma nonostante i loro genitori importanti peccano di intelligenza, umiltà, sensibilità, e capacità di vivere in mezzo ad altre persone, e questo ha aumentato la mia autostima.
Ho detto che ho parlato con alcuni professori della mia situazione familiare, ed è cosi, uno di loro si è stupito ed ha iniziato a farmi domande sul carcere e in quel momento i ruoli si sono invertiti, ed ero io a dover spiegare quella realtà al professore. Questa è una ragione per cui mi sento meglio e ne parlo molto più tranquillamente, ed è stato questo episodio a farmi capire che anche dalle storie brutte, con tanto coraggio e tanta forza si possono trarre cose positive.
Nonostante tutto non posso affermare di essere orgogliosa di mio padre, perché lancerei un messaggio sbagliato e direi ciò che non penso. Non sono orgogliosa di lui per tutto ciò che ha causato a se stesso, agli altri, a me, alla nostra famiglia. Non posso dire che sono orgogliosa perché si è fatto tanto male anche da solo, perdendosi la mia crescita, la sua famiglia. Ha addirittura dovuto scoprire della morte di sua mamma attraverso quell'unica telefonata settimanale di dieci minuti che è consentita a chi è dentro al carcere, quando magari si interrompe la chiamata proprio nel momento in cui ti danno una notizia così tragica, perciò non posso dire che sono stata orgogliosa di lui perché affermerei che è stato bravo, ma non lo è stato. E io non posso non dire che ho sofferto, che mi sono dovuta sacrificare e girare le carceri di tutta Italia, ma posso dire però di essere orgogliosa di lui adesso, perché si sta comportando bene, ora che gli è stata data la possibilità di lavorare all'esterno del carcere e lo sta facendo con umiltà e dignità, e questo mi rende orgogliosa di lui.
Suela M.











