di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 13 marzo 2026
Immigrati illegali, stupratori, pedofili, spacciatori, antagonisti; tutti in libertà, “se non passa la riforma”. Già che ci siamo, in direzione contraria, anche figli strappati alle madri. Con la bava alla bocca, chiamando a gran voce i suoi, scuotendo i peggiori umori forcaioli, la donna, madre, italiana fa la faccia feroce, e di nuovo tocca ingoiare e trattenere il respiro, per provare a spiegare, ancora una volta, che separare le carriere non ha nulla a che fare con questa pazza idea di rimettere a posto le cose e fermare il “plotone di esecuzione”. Piuttosto, senza pretesa di esaurire l’elenco, c’è l’ambizione di non far del processo uno strumento di lotta alla criminalità, ma di accertamento di un fatto, dando alle parti un ruolo paritario, dinanzi a un giudice terzo (non solo imparziale).
Un mezzo, non un fine, nel quale il senso del limite aiuti a rifuggire dal dogmatismo dell’assolutezza della verità a tutti i costi, inseguendo la cultura dell’inquisizione (altro che della giurisdizione). Del resto, “l’etica del dubbio, sottesa al paradigma cognitivo del garantismo, non è contro l’etica della verità: ne è la dimensione critica” (Pulitanò).
Possiamo coltivare l’idea di porre “la legislazione e la giurisdizione l’una a fianco dell’altra, ed entrambe di fronte alla Costituzione” (Fioravanti), sapendo che il processo non regala certezze, non solo perché comporta sempre una valutazione, ma perché l’in dubio pro reo costituisce la premessa e il possibile approdo del giudizio. Dove c’è dubbio non si può punire.
Ha ragione il segretario di Magistratura Democratica, quando ricorda che non bastano certo buonsenso comune e la prevedibilità delle decisioni a guidare il lavoro del magistrato, ma alle sue considerazioni di ieri mi limito ad aggiungere che rifuggo dall’idea che possa essere un buon senso comune a verificare la bontà di un percorso interpretativo; del resto, come si vede riprendendo le parole urlate nel comizio di ieri, il buon senso della premier è all’evidenza agli antipodi di chi scrive, (il buon senso mi fa senso, mi pare una melassa dove tutto scolora).
Eppure voto si. Perché vorrei avere un giudice più libero da condizionamenti esterni ed interni. Perché vorrei un giudice che sappia dire anche no a chi chiede arresti, sequestri, intercettazioni, proroghe, pesando sempre e soltanto il materiale da valutare, e non pensando a cosa conviene e a chi glielo chiede. Perché i diritti dei cittadini si rafforzano se i ruoli sono chiari, senza agitare paure, vellicando umori (e timori). Perché accusare e giudicare sono compiti radicalmente incompatibili, e non è possibile la reductio ad unum. Solo un esempio; non riesco a comprendere come possa condividersi il timore di futuri pm Torquemada da parte di chi oggi proprio nulla fa per prenderne le distanze quando vengono scaraventate sulle scrivanie centinaia di richieste cautelari, e però prospetta futuri distopici se le cose cambieranno. Per paradosso, dunque, qualcuno vuole giudici più terzi e indipendenti, ai pm viene espressamente riconosciuta autonomia e indipendenza costituzionale (art.104 Cost.), ma il contesto (Giorgia e i suoi) prevale sul testo, e diventa un pretesto. Per dire no. E invece andiamo, in direzione ostinata e contraria; con la forza delle idee antiche e costituzionali, nessuna “forza nuova”.
*Avvocato











