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di Riccardo Staglianò

La Repubblica, 30 luglio 2022

In pochi anni il Paese ha quasi dimezzato il numero degli homeless. Come? Non abolendo la povertà, ma partendo da un principio ispiratore che si chiama housing first: mettere un tetto sulla testa di chi non ce l’ha. Reportage.

Sul letto singolo in ferro bianco c’è un piumino rosa con tre cuscini fucsia e un grande orso di pelouche, sempre nel colore più schifato dalle femministe, con un cuore rosso cucito sulla zampa. Sotto la tv puttini in ceramica; sopra, una cornice multipla per foto con al centro la scritta Love. Se non fosse per la testa di Bob Marley stampata su un manifesto di stoffa, nessuno potrebbe dubitare che si trattasse della cameretta di una decenne in fiore. E invece ci vive Tuja, cinquantadue anni precocemente appassiti grazie a una potente marinata di droghe e alcol. Con un figlio che occasionalmente la viene a trovare, due figlie di cui preferisce non parlare e il dolore di un paio di cari amici morti di recente. Scalza, con una vezzosa cavigliera, chiacchiera al tavolino con un’ospite. Dopo anni a dormire per strada e un passaggio in una struttura più tradizionale, ha finalmente vinto l’equivalente della lotteria essendo stata ammessa qui, nella tranquilla via Alppikatu, assieme a un’ottantina di altri ospiti. In una delle comunità assistite che, sfidando la candidatura al Premio Lapalisse, han deciso che per risolvere il problema dei senzatetto non ci fosse niente di meglio che mettergliene uno sulla testa. Compiendo così una rivoluzione silenziosa (i beneficiati sono categoria senza ufficio stampa) che confina col miracoloso: mentre in tutta Europa gli homeless aumentano, in Finlandia sono calati di quasi metà. Com’è stato possibile?

La risposta breve è: volendolo fortemente. Tutti insieme: comune, governo, chiesa. E poi facendolo, secondo un approccio sperimentale già visto all’opera per il reddito di base, testato per due anni, verificato e non ripetuto perché il benessere dei partecipanti era aumentato ma non le immissioni nel mercato del lavoro. Questo non è un Paese per guerre di religione: c’è un problema, si cerca una soluzione, se non funziona se ne cerca un’altra.

Per chi suona il campanello - Juha Kaakinen, appena andato in pensione da presidente della Y-Foundation che ha finanziato l’imponente sforzo immobiliare, è quanto di più vicino al papà dell’Housing First finlandese, che si ispira agli insegnamenti teorizzati nella New York degli anni 90 dallo psicologo Sam Tsemberis: “Quello alla casa è un diritto umano”, “separazione di accoglienza e trattamento”, “riduzione del danno”. Principi messi in pratica anche qui, ma con un di più scandinavo: “In verità ci siamo arrivati per conto nostro e rispetto a loro puntiamo di più su sistemazioni permanenti. Perché per sentirsi davvero a casa, un essere umano ha bisogno di un nome su un campanello”, dice Kaakinen riassumendo una presentazione a slide battenti di Marko Lahtela, il giovane gestore della struttura gestita dall’Esercito della salvezza. Dati salienti: 81 appartamenti (monolocali da una ventina di metri quadrati) per 85 residenti. Ognuno con un contratto d’affitto sui 500 euro al mese (pari a circa 250 nostri, considerato l’incommensurabile potere d’acquisto) che, in otto casi su dieci, viene integralmente pagato da sussidi statali: “Dalle loro tasche, quando sono in condizione di farlo, esce al massimo un centinaio di euro che possono guadagnare prendendo parte a piccole attività quotidiane”, tipo pulire le aree comuni, per un massimo di otto euro al giorno. Colazione e pranzo inclusi, per cena ognuno provvede da sé, cucinando in stanza o nei locali condivisi.

Alcol e droghe - La frase più memorabile pronunciata da Lahtela è: “L’abuso di sostanze da parte dei nostri ospiti deve essere rispettata” perché l’accesso alla casa è “incondizionato”, non un premio per chi si comporta bene. Tuttavia tra le venti persone dello staff ci sono anche assistenti sociali e siamo “felici di sostenere il tentativo di un ritorno a una vita sobria, se questo è ciò che desiderano”. Ma senza insistere. Possono continuare a bere e drogarsi, a patto che non disturbino le vite degli altri (tra i problemi di convivenza più frequenti: musica alta, visitatori esterni che ogni tanto fanno casino e questo spiega gli scudi di plexiglass davanti ai televisori e i lucchetti ai computer negli spazi condivisi). Resta però che questo approccio ultra-permissivo, praticamente l’anti-San Patrignano, almeno un problema l’ha risolto se nel 1987 in Finlandia gli homeless erano 18 mila e nel 2021 se ne contavano 3.950 (che significa un calo del 78 per cento, che si riduce al 40 se si calcola dal 2008 quando il programma è ufficialmente partito). Considerato che a San Francisco, dove il problema è andato così fuori controllo da aver fatto dichiarare lo stato di emergenza, ogni tenda di una tendopoli comunale costa sui 60 mila dollari all’anno per manutenzione e pulizia - e resta comunque la più precaria delle sistemazioni - vale la pena prestare molta attenzione all’eterodossia finnica. Come ha fatto la Colorado Coalition for the Homeless quantificando in oltre 15 mila dollari il risparmio annuale in termini di servizi sociali, giudiziari e di emergenze sanitarie che un senza domicilio, per il fatto stesso di rimanere in strada, finisce per consumare. Una cifra che essenzialmente coincide con quella risparmiata a testa in un esperimento nella finlandese Tampere. Clamoroso: essere buoni conviene!

Kaakinen, uomo di rara gentilezza, mi riassume una lunga carriera nei servizi sociali cittadini a cena all’Alexanderplats (gioco di parole con la più famosa piazza berlinese) con vista sulla centralissima Esplanadi: “La nostra fondazione è nata nel 1985 per comprare, sul mercato privato, case da destinare agli homeless. Poi abbiamo cominciato anche a costruire edilizia sociale. Nel 2013, quando ho cominciato a dirigerla, avevamo 6.300 appartamenti, oggi 18.300. Siamo il quarto proprietario immobiliare del Paese, con un patrimonio di oltre 1.3 miliardi di euro di case”. E chi glieli ha dati questi soldi? “Una buona parte iniziale è venuta dalle imposte sul gioco d’azzardo. Un’altra grossa fetta da mutui quarantennali, a interessi molto bassi, che gli ospiti dovrebbero ripagare con i loro canoni”. Ovviamente è possibile perché in questo Paese pagare le tasse è un vanto civico (“Ho ritrovato una lettera di mio padre dal fronte che, terminato il racconto di una bomba che gli era caduta vicino, si raccomandava con mia madre che gli mandasse i moduli delle dichiarazioni da riempire”). Ma il messaggio che deve passare, per esportare la pratica, è che converrebbe a tutti. Sempre Kaakinen: “Durante un’intervista con un giornale irlandese ho scoperto che, con quel che lì spendevano per alloggi temporanei avrebbero potuto comprare 900 appartamenti!”.

Tentativi di imitazione - L’Housing first sta facendo proseliti in Scozia, Danimarca e a Houston, la quarta città più popolosa degli Stati Uniti, dove nell’ultimo decennio sono riusciti così a togliere dalle strade 25 mila homeless, più che dimezzandoli rispetto a un decennio prima. Ma solo qui è una politica nazionale. Coerente, realistica, che non alimenta false illusioni: “Sono rari i casi dei nostri ospiti che tornano alla vita attiva, nel mercato del lavoro. Quando succede è un bonus supplementare. Ma il nostro scopo è ridurre il numero dei senzatetto. C’è un valore in ciascuna persona e, nella mia esperienza, le sorprese positive hanno di gran lunga superato quelle negative. Molti continuano a bere, ma bevono meno: non è già uno splendido risultato?”. Mi torna in mente, per differenza, Michael Shellenberger, autore di San Fransicko, pamphlet di successo su “come i progressisti rovinano le città”. Uno che, facendomi fare un mini-tour dell’orrore tra gli homeless raddoppiati tra 2005 e 2020 nella città californiana, attribuiva tutte le responsabilità al fatto che si trattava di “gente che dà per scontato il diritto all’assistenza. Invece devono meritarsela, riprendere in mano le loro vite”. Un’etica alla John Wayne che, come su armi e sanità, non ha sortito risultati invidiabili.

A Helsinki invece, senza eccessivo dispendio di retorica, l’attuale governo ha annunciato l’obiettivo di cancellare il problema entro il 2027 (oltre ad aumentare dal 25 al 35 per cento la quota di edilizia sociale sul totale delle nuove costruzioni). Negli ultimi due anni, però, i numeri dei senzatetto di lungo periodo hanno smesso di scendere. Chiedo a Kaakinen se, come a San Francisco, c’entri il Covid che ha ridotto gli spazi nei rifugi lasciando più gente per strada: “Forse c’è anche questo, ma temo che abbiamo pensato di aver risolto il problema e ci siamo rilassati. Invece bisogna impegnarsi ancora di più, mettendo in campo anche strutture più piccole che talvolta funzionano meglio”.

Cinema e caffè - Quella gestita dalla Deaconess Foundation è di dimensioni medie. Una bella palazzina di mattoni a vista, con i primi quattro piani riservati agli uomini e i successivi tre alle donne. Su cui sovrintende Minna Kiviaho, una signora sorridente con un vestito a fiori di Marimekko, la gloria locale del design.

Sono le tre ed è l’ora del caffè, servito da due assistenti sociali nella cucina condivisa. Anche qui la prima cosa che mettono bene in chiaro è che “bisogna rispettare lo stile di vita dei residenti”. Però, per chi vuole, ci sono attività di disintossicazione e, sebbene non fisso, un medico è reperibile in ogni momento. La prima ospite ad arrivare è Marre che, dall’alto dei suoi quindici anni qui (ne ha cinquantadue ed è la prima volta in assoluto che, tra quasi coetanei, il cronista non è quello che li porta peggio), è una veterana. Un’assistente la spinge in carrozzina perché ha una gamba fasciata: “Sono caduta mentre ero in visita da mio figlio. Ma non perché stavamo litigando” aggiunge con excusatio non petita non proprio tranquillizzante. Un’èra fa è stata infermiera. Poi il divorzio. L’alcol. Il marciapiede. Non necessariamente in quest’ordine. È felice di avere finalmente un posto suo. Dove fumare, guardare la tv, pensare ai fatti propri e ricevere ospiti. Due piani più sotto c’è anche il secondo marito (il primo è morto in strada), ma si frequentano il giusto. Ecco Ewelina che però non parla inglese. E la trentunenne Laura, sovrappeso e scalza, che tra i vantaggi dello stare qui cita il senso di sicurezza e la possibilità di essere aiutata su tutto. Provo a chiedere come sarà la loro estate, come vorrebbero che fosse. Ma è una domanda stupida da fare a dei sopravvissuti.

Una volta all’anno escono per andare al cinema, appuntamento che era saltato col Covid e adesso ripartirà. Sarà una festa. Mai come la cena a base di tartufo organizzata a fine giugno per i senzatetto di Milano dall’Associazione nazionale tartufai italiani. Con la differenza che quella ti svolta una serata, l’housing first una vita intera.