sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Silvia Morosi


Buone Notizie - Corriere della Sera, 3 dicembre 2019

 

Salvatore Torre ha 48 anni ed è in carcere da quando ne aveva 20. Ergastolano a Bollate (Mi), legge molto e scrive storie che sono state premiate. Intervista via mail: "La letteratura per interrogarmi sul mondo là fuori".

"Ricordo il fucile di precisione che uno dei tre emissari di mio padre mi lasciò per mirare [...], un primo assaggio del mondo reale della malavita. Avevo dodici anni, forse tredici". Così Salvatore Torre racconta in una pagina di Atonement - Storia di un prigioniero e degli altri (Espiazione) il suo avvicinamento alla vita criminale.

"Mio padre spesso ospite delle patrie galere e mia madre sempre al lavoro. Mi dava forza solo l'idea di essere parte di una comunità in cui sussistevano delle regole e dei principi ai quali ero tenuto a obbedire. Ereditai la mentalità malavitosa. L'avvicinamento al crimine organizzato fu una conseguenza. Meno scontata era la possibilità che io potessi concorrere a degli omicidi. Le cose invece andarono così".

Quasi cinquant'anni, ergastolano fine pena mai, in carcere da quando ne aveva venti, ha trovato anche nella letteratura - conosciuta e amata da quando è detenuto - un motivo per non arrendersi. In questo libro ha raccolto la sua storia e quelle di altri uomini e donne incontrati nelle carceri di tutta Italia, "vite come la mia, rovinate e rovinose".

Da qualche mese, dopo aver trascorso la maggior parte della sua esperienza detentiva in regime di Alta Sicurezza, si trova nel carcere di Bollate (Milano), in Media Sicurezza e possiamo dialogare con lui via mail: "Qui posso usare il computer dentro la cella, singola, colorata a mio piacimento, arredandola con scrittoio, cassettiera, mobiletto con scomparto per libri, ventilatore e tre vasi di piante". A Saluzzo "era possibile ricevere i libri solo attraverso il lavorante bibliotecario, finché non lo divenni io stesso".

Nella lettura ha trovato il suo rifugio, anche smettendo di fumare nel 1996, per la paura che alla pena si potesse accompagnare la malattia, una qualsiasi. L'istinto di conservazione "Da bambino - scrive - andavo a scuola di malavoglia, mentre l'insegnante spiegava io sognavo di imitare Tarzan.

La lettura, che non fosse quella dei fumetti per ragazzi, la scoprii durante quel mese trascorso in isolamento nel minorile di Messina. I ragazzi di Jo di Alcot, Kim di Kipling, Cuore di De Amicis, Il richiamo della Foresta di London e molti altri romanzi riempirono quelle ore di solitudine". Sulla parete della cella di isolamento del minorile, dove fu rinchiuso 32 giorni di fila, "scrissi qualcosa che avevo appena letto nel libro di Twain, una incitazione a non mollare che feci mia e sotto vi incisi il mio nome".

Alla letteratura - come strumento di salvezza - si avvicinò realmente durante la detenzione da ergastolano. "Fu dovuto, credo, all'istinto di conservazione: un ramo al quale aggrapparmi per non scivolare nell'apatia e nello squilibrio psichico".

Prima Verga, Stendhal, Maupassant, Dumas, poi il suo preferito, Dostoevskij, "capace di far emergere la nascosta umanità, i sentimenti più profondi e le speranze che agitano l'essere umano nei momenti di sofferenza. È attraverso la letteratura che ancora oggi continuo a interrogarmi sulla vita interiore e sul mondo fuori. La scrittura, invece, mi mette di fronte ai miei limiti, anche emotivi", spiega.

Il primo salto al pubblico è stato il Premio Goliarda Sapienza, nel 2011:"Da allora ho partecipato ogni anno e questo percorso mi ha portato a scrivere Atonement, un'occasione per guardare in faccia i miei fantasmi e non averne più paura". Certo, finché non prevarrà la cultura della rieducazione rispetto alla repressione, questo rimarrà il problema principale. Perché la pena realizzi il suo scopo dovrebbe "instaurare con il condannato un rapporto di fiducia che lo consapevolizzi del fatto che cambiare il suo comportamento deviante sia utile innanzitutto a sé", conclude.

"Ventotto anni dopo il mio ultimo arresto, colgo ogni occasione per raccontare a quel ragazzetto l'esistenza di un altro mondo possibile. Non mi sono arreso perché, nonostante tutto, sono innamorato della vita e ho un debito di amore verso mia madre".

Il carcere, conclude monsignor Dario Viganò, che ha conosciuto Torre e ha scritto la prefazione, "deve rappresentare per i reclusi un tratto dell'esistenza che ha come obiettivo non solo quello di pagare un debito con la giustizia, ma anche di individuare le strade possibili per una rinnovata esistenza, offrendo cammini di riappropriazione di sé. Papa Francesco su questo è chiaro: se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società".

Il Salvatore di oggi - insomma - non coincide con quello "cresciuto nella borgata di una cittadina siciliana ad alta concentrazione malavitosa, che passò dai giochi alle pistole, come un fatto scontato", conclude Antonella Bolelli Ferrera, curatrice del libro. Un uomo che "ha curato la mente e anche il corpo, smettendo di fumare, allenandosi e seguendo una dieta equilibrata".

E sorride: "Quando lo vai a trovare, non mancano mai un termos di caffè, biscotti e caramelle (in fondo, ti sta ospitando a casa sua), ma lui non tocca nulla, non si lascia tentare".