di Thomas Usan
La Stampa, 19 maggio 2026
Save the Children e i “luoghi che contano”: l’indagine racconta le realtà sociali delle città italiane, tra paure e speranze. I bambini nati in un quartiere più svantaggiati sono più esposti al rischio di povertà da adulti e hanno meno possibilità di emergere. Questo è il quadro che traccia Save the Children nella ricerca annuale “I luoghi che contano”, pubblicata oggi (19 maggio). Una lunga indagine, che, attraverso i numeri, racconta le realtà sociali delle città italiane e soprattutto come queste impattino sulla vita e il futuro dei minorenni.
Quando il disagio è sociale ed economico - Nei comuni capoluogo delle 14 città metropolitane italiane un minore su dieci (il 10,3%, pari a circa 142 mila ragazzi) vive in un’area di disagio socioeconomico urbano (Adu). In queste zone vengono registrate più criticità che possono compromettere la qualità della vita dei ragazzi. Secondo l’Istat sono 158 in tutto il Paese e si confermano delle vere “periferie dei bambini”, precisa l’associazione. Infatti qui c’è una maggiore concentrazione di minori rispetto alla media dei comuni delle città metropolitane (16,7% contro 14,8%). Ma non è tutto rose e fiori. Nelle Adu il 42,3% delle famiglie vive in povertà relativa. Il 15,4% di studentesse e studenti delle scuole secondarie di primo e secondo grado ha abbandonato la scuola o è stato bocciato almeno una volta. Il doppio rispetto alla media del 7,6% dei comuni delle città metropolitane.
La scuola nelle aree fragili - Ma non è tutto. Infatti in queste aree il 20,8% di chi frequenta l’ultimo anno delle medie è a rischio “dispersione implicita” (10 punti percentuali in più della media dell’11%): più di un 15-29enne su 3 (35,6%) non studia e non lavora. Un numero più elevato rispetto al 22,9% della media dei comuni (+12,7 punti percentuali). A Torino la cifra registrata è del 20,9%, più del doppio rispetto alle altre zone (9,1%). Inoltre secondo un’indagine più approfondita sul tema di “Save the Children” al 16,7% di studentesse e studenti dell’ultimo anno delle scuole medie all’interno o in prossimità delle aree vulnerabili nelle grandi città è capitato di non disporre del materiale scolastico necessario a inizio anno (rispetto al 10,5% degli alunni delle scuole delle altre aree) e al 17,3% di non partecipare a una gita scolastica per motivi economici (contro il 7,6%).
Inoltre, solo il 36,5% pensa che si iscriverà al liceo, 30 punti percentuali in meno rispetto al 66,9% degli altri quartieri - A casa la situazione cambia poco. Meno della metà degli studenti (46,4%) ha una stanza “tutta per sé” (contro il 60% degli altri) e non tutti dispongono di spazi all’aria aperta (solo il 76%). Ed è più basso anche il livello di istruzione dei genitori: appena il 19,1% delle madri e il 16,4% dei padri degli alunni delle aree vulnerabili è laureato, a fronte del 44,5% e del 36% negli altri contesti cittadini. Infine solo una madre su due ha un lavoro (49,9%), mentre nel resto della città la percentuale sale al 69,7%.
Emarginati da chi rimane fuori - All’interno del report si analizza in maniera più mirata anche l’aspetto sociale. Quasi la metà degli studenti delle periferie vulnerabili (49,1%) ritiene che il proprio quartiere sia giudicato negativamente dagli altri, contro il 29,5% dei ragazzi delle altre aree. Ma chi vive ai margini sperimenta anche una maggiore percezione di pericolo: solo una ragazza su due (51,9%) si sente al sicuro, contro il 75% delle studentesse delle altre aree. Dall’altra parte però i ragazzi che frequentano scuole in zone fragili dichiarano di sentirsi felici (78,4%) e liberi (75,3%) e mostrano un senso di appartenenza forte nei confronti del proprio quartiere. Cifre comunque più basse rispetto ai quartieri “meno complicati” (85,1% e 87,5%). Ma in molti hanno anche le idee chiare su cosa dovrebbe essere migliorato: servizi di pulizia e raccolta rifiuti migliori (54,2%), più spazi di aggregazione per ragazze e ragazzi (32,6%), campetti e/o palestre (26%) e parchi più curati (27,9%). “Centoquarantaduemila bambine, bambini e adolescenti in Italia vivono nelle periferie fragili delle grandi città. Per questo abbiamo voluto dedicare Impossibile, la Biennale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, al tema delle periferie - commenta Daniela Fatarella, Direttrice generale di “Save the Children” - È proprio da questi luoghi che occorre partire per ridefinire le priorità politiche, perché un Paese in cui il destino di una bambina o di un bambino dipende dal quartiere in cui nasce è un Paese che non investe sul proprio futuro”.
Le speranze per il domani - I giovani però non si arrendono al presente: oltre il 90% pensa che nella vita riuscirà a fare ciò per cui si sente portato. Emergono invece differenze nelle prospettive di vita legate al territorio. Solo uno su 4 (26,9%) tra chi frequenta scuola nelle Adu pensa di restare nel suo quartiere da grande, rispetto al 36% dei coetanei degli altri quartieri. Molti dichiarano di volersi spostare in un altro quartiere nella stessa città (36,1% contro 30%) o trasferirsi altrove in Italia (40,4% contro 30,8%). In generale, più della metà dei ragazzi (53,5%) esprime il desiderio di vivere all’estero.
Più aree svantaggiate nelle grandi città - Le zone svantaggiate non sono omogeneamente distribuite. Il 73,5% delle aree Adu sono a Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo. Le disuguaglianze più marcate si registrano al Sud e nelle Isole. A Palermo la povertà riguarda il 63,8% delle famiglie nelle Adu contro una media cittadina del 36,8%; a Napoli il 60,1% contro il 39,6%; a Cagliari il 42,2% contro il 22,1%. Anche nel Centro-Nord emergono forti divari: a Torino il 37,6% nelle aree di disagio contro il 19% della città nel suo complesso (+18,6 punti percentuali), a Milano il 35,3% contro il 18,4% (+16,9 punti percentuali).









