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di Paolo Russo

La Stampa, 8 ottobre 2023

L’80% della popolazione afferma di aver avuto modo di relazionarsi con persone che hanno problemi psichici. A rivelarlo l’indagine realizzata dalla Bva Doxa per il Festival della Salute Mentale RO.Mens contro il pregiudizio. Domani monumenti e palazzi si illumineranno di verde, il colore della salute mentale di cui si celebra la giornata mondiale. Ma in Italia i servizi pubblici che dovrebbero garantirla sono a rosso fisso limitandosi oramai ad offrire una risposta solo a una piccola fetta di quegli italiani che accusano un qualche disagio psichico. “Disturbi apparentemente non gravi, come l’ansia o la depressione ma che se non intercettati possono sfociare in qualcosa di più grave o, in rari casi, anche in epiloghi tragici, come le esplosioni di violenza che affollano le cronache”, spiega Emi Bondi, Presidente della Sip, la società italiana di psichiatria.

Ma anche per i malati psichici gravi, con schizzofrenia o disturbo bipolare la legge Basaglia del ‘78 resta una grande incompiuta. Le case sparse sul territorio sono una rarità e molte volte affitto e bollette sono a carico dei pazienti mentre la Asl passa psichiatri e infermieri. Eppure su queste strutture, nemmeno recensite dal ministero della Salute, molto puntava la “180” per lo sviluppo delle capacità dei malati psichiatrici, favorendone le relazioni sociali. Al loro posto sono invece dilagate le “comunità psichiatriche”, 1.983 sparse per l’Italia, che in alcuni casi riproducono in piccolo i vecchi manicomi arrivando ad avere fino a 20 letti e una degenza media di ben 3 anni.

Ma buona parte di chi ha problemi seri resta a carico delle famiglie, e la penuria degli operatori psichiatrici ha spinto le case farmaceutiche a creare psicofarmaci a rilascio così lento da garantirne gli effetti per ben 6 mesi. Così per risparmiare tempo il paziente lo si finisce per vedere due volte l’anno.

Che a corto di soldi e personale le circa 3.800 strutture dei Centri di salute mentale (Csm) facciano fatica a star dietro alla domanda lo racconta un numeretto, 3,3, ossia la percentuale sul totale degli accessi al pronto soccorso di chi ci va per un problema psichico. In media oltre 1.300 persone al giorno, delle quali però appena il 14,6% viene poi ricoverata, la metà in reparti di psichiatria. “E’ evidente che c’è un rilevante accesso improprio, correlato alla carenza di risposte che i cittadini ricevono dal territorio”, commenta Massimo Cozza, Direttore del più grande dipartimento di salute mentale d’Italia, quello della Roma 2.

Con un sempre minor numero di psichiatri e infermieri i servizi territoriali arrancano, “così riusciamo a dare risposte a una parte dei casi gravi quando sono in fase acuta di crisi, ma perdiamo per strada la fascia sempre più ampia di popolazione meno critica ma ugualmente sofferente. Molti avrebbero bisogno di fare psicoterapia che resta per lo più un miraggio”, ammette a sua volta Vincenzo Villari, direttore del dipartimento salute mentale della Citta della salute di Torino. “Ansia e depressione sono in aumento del 30%, ma i servizi intercettano meno della metà di chi avrebbe bisogno almeno di ascolto”, gli fa a sua volta eco la presidente Sip.Del resto i numeri parlano chiaro. Ad avere almeno la percezione di un disturbo mentale sono circa 4 milioni di italiani, quelli che hanno presentato domanda all’Inps per ottenere il bonus psicologico. Elargito poi appena a 41mila di loro. A fronte di questa domanda il pubblico offre però sempre meno. Prima di tutto perché mancano 13mila operatori psichiatrici, volendo stare al parametro di almeno un operatore ogni 1.500 abitanti, fissato dal “Progetto obiettivo” approvato dalla Stato-Regioni nel lontano 2001.

A mancare all’appello sono oltre 1.400 psichiatri, entrati in blocco nel 1978, quando la legge Basaglia chiuse i manicomi, e altrettanto in blocco passati alla pensione mentre le sostituzioni sono arrivate con il contagocce. Ma le carenze più marcate, oltre 10mila addetti, sono tra personale infermieristico, tecnici della riabilitazione psichiatrica, assistenti sociali. “Tutte figure essenziali per una buona presa in carico da parte del territorio, senza riversare tutto sull’ospedale, dove si gioca la partita di ritorno quando abbiamo perso quella d’andata che si gioca nelle strutture territoriali”, rimarca il professor Villari. Il confronto con gli altri Paesi europei poi è disastroso. Come numero di psichiatri, dicono i dati Ocse, l’Italia è al numero 20 della classifica, mentre non va oltre il 14° di quella di infermieri e psicologi. Va ancora peggio se il confronto lo si fa con le risorse pubbliche destinate alla psichiatria. Anche in questo caso siamo ventesimi in Europa, ma la distanza è siderale rispetto a Paesi come Francia, Germania e Regno Unito che alla salute mentale dedicano il 10-15% dei loro stanziamenti per la sanità, tra l’altro maggiori dei nostri, mentre l’Italia, seguendo il passo del gambero, è scesa al 2,75% rispetto a quel 5% che pure era stato fissato nel Progetto obiettivo di 22 anni fa. Se lo si vuole tradurre in soldoni fanno quasi tre miliardi che mancano all’appello. Una enormità se rapportati al budget della psichiatria che è di poco superiore. In più, come spiega Villari, “una parte abnorme di risorse in rapporto alle persone da prendere in carico è assorbita dagli ex detenuti degli ospedali psichiatrici giudiziari”. Chiusi per sempre ma senza che le risorse fossero riassegnate ai dipartimenti di salute mentale. Questo mentre i 39% dei ragazzi è incline ad accusare disturbi mentali, secondo un’indagine Doxa commissionata in occasione del Festival della salute mentale Ro.MENS, organizzato questi giorni dalla Asl Roma 2. E questo disagio tra giovani e giovanissimi sfocia sempre più nell’abuso di sostanze, alcol in testa.