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di Ettore Jorio

Gazzetta del Mezzogiorno, 17 luglio 2026

L’esito referendario ha dimostrato ampiamente la fiducia e la pretesa verso la Magistratura. Tuttavia, manca, troppo spesso, la risposta della giustizia. È una differenza enorme. La prima nasce dalla società, la seconda dovrebbe essere assicurata dallo Stato. Da anni il dibattito pubblico si consuma in una contrapposizione che sembra dividere il Paese: garantisti contro giustizialisti. È un’espressione ormai entrata nel linguaggio corrente, utile ai talk show e alle polemiche politiche, ma priva di un autentico fondamento costituzionale. La Costituzione non conosce il garantismo come appartenenza ideologica, né il giustizialismo come modello di giurisdizione. Conosce, invece, il diritto di difesa, la presunzione di innocenza, il giusto processo, l’obbligatorietà dell’azione penale, la ragionevole durata del processo e l’indipendenza della magistratura. Sono questi i pilastri della giustizia. Non le etichette.

E allora la domanda diventa inevitabile. La domanda che la Nazione si pone, in alcune aree del Paese con maggiore preoccupazione è: la giustizia italiana produce davvero certezza del diritto oppure alimenta aspettative destinate, troppo spesso, a dissolversi nel tempo? Ogni giorno si apre una nuova indagine. Ogni settimana viene notificato un avviso di garanzia. Ogni mese emerge uno scandalo destinato ad occupare le prime pagine dei giornali. Poi il tempo passa. I riflettori si spengono. Le cronache cambiano argomento. E il cittadino perde le tracce di quella vicenda, ovunque. Non sa più come sia finita. Non sa se l’indagato fosse innocente. Non sa se il colpevole sia stato condannato. Rimane soltanto una lunga attesa. L’avviso di garanzia non è una condanna e non dovrebbe mai essere percepito come tale. È un atto di garanzia previsto dall’ordinamento. Ma la garanzia non può esaurirsi nel momento iniziale del procedimento. La più grande garanzia che uno Stato possa offrire è quella di arrivare ad una decisione definitiva in un tempo ragionevole.

Un processo che dura quindici anni non rafforza il garantismo. Lo svuota. Ciò perché lascia l’innocente prigioniero del sospetto e la vittima prigioniera dell’incertezza. Allo stesso modo, un sistema che annuncia centinaia di indagini ma conclude con pochissime decisioni definitive non rafforza la fiducia dei cittadini. La consuma lentamente. Per questo la vera contrapposizione non è tra garantismo e giustizialismo. Il contrario del garantismo è l’arbitrio. Il contrario della giustizia è l’impunità. Tra questi due estremi lo Stato è chiamato a trovare il punto di equilibrio, che non consiste nel moltiplicare gli avvisi di garanzia né nel ridurre le condanne, ma nell’accertare rapidamente la verità processuale.

Lo stesso interrogativo investe gli organi di controllo. Quando la stampa documenta fatti che appaiono gravemente lesivi dell’interesse pubblico, il cittadino non pretende condanne anticipate. Pretende che chi è chiamato a vigilare vigili davvero. Pretende che le Procure svolgano il loro compito. Pretende che la Corte dei conti eserciti con tempestività la funzione affidatale dalla Costituzione. Un ruolo da proteggere piuttosto che da essere vilipeso dallo Stato medesimo con la cosiddetta “riforma Foti”, che è tutt’altro che una riforma. La legge 1/2026 è infatti un “attentato” ai principi fondamentali della Costituzione, alle garanzie che la stessa alla magistratura e al giusto rimborso del danno erariale. Pretende che nessuno si abitui all’idea che il tempo possa diventare il più efficace degli avvocati. Una democrazia non misura la qualità della propria giustizia dal numero degli arresti, degli avvisi di garanzia o delle conferenze stampa. La misura dalla capacità di trasformare un’accusa in una decisione. Di dire, entro un tempo che sia ancora tempo di giustizia, chi aveva ragione e chi aveva torto.

Altrimenti il rischio è che la domanda di giustizia rimanga senza risposta. E quando la risposta manca troppo a lungo, non perdono soltanto gli imputati o le persone offese. Perde la credibilità dello Stato. Perde la certezza del diritto. Perde, soprattutto, quel patto di fiducia tra cittadini e istituzioni sul quale si regge ogni autentico Stato di diritto. Il Mezzogiorno di tutto questo ha subito una delle più gravi ingiustizie. Si spera che la imponente domanda di giustizia trovi una messa a terra adeguata.