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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 16 gennaio 2025

Dalla salute mentale alla violenza di genere, dal carcere all’immigrazione: sono alcuni dei diritti fondamentali in Italia che mostrano segnali di forte criticità. È quanto emerge dal Rapporto sullo stato dei diritti in Italia, presentato ieri mattina alla Camera dall’associazione “A Buon Diritto Onlus”, presieduta da Luigi Manconi. Il documento, giunto alla sua decima edizione e realizzato grazie al contributo dell’8x1000 Valdese, offre un’analisi dettagliata del biennio 2023-2024, tracciando luci e ombre nel riconoscimento di 17 diritti fondamentali nel nostro Paese. Alla presentazione, moderata da Alessandra Trotta della Tavola Valdese, hanno partecipato esponenti politici come Nicola Fratoianni (AVS), Cecilia D’Elia (Pd), Rachele Scarpa (Pd), Riccardo Magi (+ Europa) e Gilda Sportiello (M5S), con l’obiettivo di sensibilizzare il Parlamento.

Il Rapporto si distingue per il suo approccio scientifico e politico, offrendo una panoramica dei diritti in Italia attraverso capitoli tematici corredati da grafici, storie e linee temporali. Tra le tematiche trattate figurano: libertà di espressione, diritto all’abitare, salute, ambiente, migrazioni, autodeterminazione femminile, diritti Lgbtqia+, minoranze etniche, salute mentale e condizioni carcerarie. Secondo Camilla Siliotti di “A Buon Diritto”, la situazione appare adesolante e preoccupante”, con la necessità di interventi strutturali nel welfare e nelle politiche pubbliche, evidenziando come l’inasprimento normativo e i tagli sociali stiano aggravando le disuguaglianze.

In tema di immigrazione, il Rapporto denuncia l’effetto restrittivo del cosiddetto “Decreto Piantedosi” e delle nuove normative sui paesi di origine sicura, che hanno limitato il diritto d’asilo. Il Mediterraneo Centrale si conferma come una delle rotte migratorie più letali al mondo, con oltre 30.000 vittime negli ultimi dieci anni. Per quanto riguarda la libertà di stampa, l’Italia è scesa dal 41° al 46° posto nella classifica mondiale, con un aumento dei casi di querele intimidatorie (Slapp) e 20 giornalisti sotto scorta. Sul fronte della salute mentale, il 48% degli italiani si sente solo, mentre il 52% dichiara di subire gli effetti negativi della guerra sulla propria psiche. La violenza di genere rimane una piaga strutturale: 109 donne sono state vittime di violenza patriarcale nel 2024, con un aumento rispetto al 2023. L’occupazione femminile, invece, continua a essere penalizzata, con un gap salariale di circa 7.922 euro rispetto agli uomini e un alto tasso di obiezione di coscienza che limita l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza in alcune regioni.

Non manca il capitolo dal titolo “prigionieri”, dove si mette in rilievo la crisi profonda che sta attraversando il sistema penitenziario. A fine 2024, a popolazione detenuta ha raggiunto quota 62.464 unità, segnando un incremento del 3,8% rispetto all’anno precedente. Un dato allarmante che si accompagna al record storico di suicidi in carcere: 88 persone nel 2024, superando il precedente picco di 84 del 2022. L’aumento della popolazione carceraria non corrisponde a un incremento della criminalità. Al contrario, i dati mostrano una diminuzione del 5,5% dei delitti commessi. La causa va ricercata piuttosto nelle recenti politiche penali “carcerocentriche”: nei primi due anni dell’attuale legislatura sono state introdotte circa ventisette nuove fattispecie di reato o significativi inasprimenti di sanzioni già previste.

Solo il 33,3% dei detenuti è impegnato in attività lavorative, un dato che evidenzia la distanza tra l’obiettivo costituzionale della rieducazione e la realtà quotidiana. Gli stranieri costituiscono il 32% della popolazione carceraria, spesso per reati contro il patrimonio di lieve entità. Un segnale positivo è arrivato dalla sentenza n. 10/ 2024 della Corte costituzionale, che ha dichiarato l’illegittimità del divieto assoluto di colloqui intimi tra detenuti e familiari. Una decisione che arriva dopo più di dieci anni di attesa e che riconosce finalmente il diritto all’affettività in carcere. Un diritto che però l’amministrazione penitenziaria ancora non sta rispettando.

La situazione disastrosa ha spinto esponenti del mondo istituzionale, politico e intellettuale a lanciare un appello per l’adozione di un provvedimento di amnistia e indulto che potrebbe riguardare circa 16.000 persone, attualmente detenute per reati con residui pena fino a due anni. Preoccupa anche la situazione dei Centri di Permanenza per il Rimpatrio, dove il trattenimento amministrativo si rivela inefficace nel 50,6% dei casi. Non va meglio nelle Rems, dove il piano terapeutico riabilitativo risulta definito solo per il 46% dei pazienti definitivi.

Il Commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, Michael O’Flaherty, ha espresso perplessità sul recente ddl sicurezza, che prevede ulteriori inasprimenti, inclusa l’introduzione del reato di rivolta in carcere applicabile anche in caso di protesta non violenta. A undici anni dalla sentenza Torreggiani della Cedu, che condannò l’Italia per il sovraffollamento carcerario, il sistema penitenziario italiano sembra non aver risolto le sue criticità strutturali, nonostante alcune riforme positive come la legge 67 del 2014 e la più recente riforma Cartabia.

Le soluzioni proposte da “A Buon Diritto” per affrontare questa emergenza sono articolate e strutturali. In primo luogo, appare necessaria una profonda revisione del regime del 41- bis, ridefinendone con precisione ambito di applicazione e presupposti, per evitarne un utilizzo estensivo che rischia di andare oltre le originarie finalità di contrasto alla criminalità organizzata.

Centrale è anche la questione del reinserimento sociale: il tempo della detenzione non può continuare a essere “vuoto”.

È indispensabile potenziare le attività lavorative e formative, trasformando il periodo di reclusione in un’opportunità concreta di riabilitazione e di acquisizione di competenze spendibili una volta tornati in libertà. Sul fronte dell’immigrazione, il rapporto evidenzia l’urgenza di ripensare completamente il sistema dei Cpr. Il trattenimento amministrativo dei migranti, oltre a sollevare serie questioni di diritti umani, si è dimostrato inefficace persino rispetto al suo obiettivo dichiarato: garantire i rimpatri. Una forma di detenzione senza reato che richiede un ripensamento radicale.

Infine, per quanto riguarda le Rems, è necessario superare l’attuale sistema delle liste d’attesa basate sulla mera cronologia delle richieste. Servono invece criteri di priorità basati sulla gravità dei casi e sull’urgenza del trattamento terapeutico, accompagnati da un monitoraggio rigoroso dei presupposti di assegnazione. Si tratta di riforme complesse ma necessarie per ricondurre il sistema penitenziario italiano entro i binari costituzionali della dignità umana e della funzione rieducativa della pena. L’alternativa è il persistere di una situazione che, come dimostrano i numeri drammatici dei suicidi, sta diventando sempre più insostenibile.