Ristretti Orizzonti, 15 giugno 2019
Il Coordinamento Carcere Due Palazzi, che raggruppa associazioni e cooperative attive nella Casa di Reclusione di Padova, lunedì 17 giugno 2019 promuove un incontro per ricordare Antonio Floris, morto in modo tragico nel novembre del 2015.
Molti di noi lo hanno conosciuto e accompagnato nel suo percorso "dentro" di persona detenuta: gli insegnanti dell'Istituto "Gramsci", i volontari e le persone detenute della redazione di Ristretti Orizzonti, i volontari e gli operatori (oltre che gli utenti) dello Sportello giuridico... molti lo hanno incrociato e apprezzato sia "dentro" che "fuori", ed è comune il desiderio di avere un momento di riflessione condiviso, per onorarne la memoria, anche con le sue sorelle, che verranno dalla Sardegna per questa occasione. Vi aspettiamo numerosi.
Lunedì 17 giugno 2019, ore 18-20,30, Casa Comboni, via Giovanni da Verdara 139 (ampio parcheggio oltre il cancello).
Qui sotto le pagine di Ristretti del 2016 che lo ricordano, con un suo scritto, "L'albero del pero".
Ricordando Antonio, che non era certo solo il suo reato
di Ornella Favero
Nelle rassegne stampa e nelle cronache televisive di questi giorni avrete letto come prima notizia che il detenuto Antonio Floris è "evaso da un permesso", e a seguire le descrizioni fantasiose di quella evasione. Niente di tutto questo, la storia è anche più tragica, Antonio è stato ucciso, ma io non so cosa è successo e non mi interessa nemmeno fare ipotesi, non ho ipotesi, ma non ho mai creduto all'evasione, e soprattutto di lui voglio ricordare, per la sua famiglia e per tutto il bene che gli voleva, la sua umanità.
Antonio è stato senz'altro un delinquente, e io non voglio fare a finta di dimenticarmelo, ma ce la stava mettendo tutta per diventare una persona diversa. Lo faceva per la sua famiglia, una famiglia onesta, colta, dove lui era un po' la "pecora nera", e ricordo sua sorella, che arrivava ogni tanto dalla Sardegna pur di vederlo e stargli vicino, e che diceva spesso quanto le dispiaceva che suo fratello avesse usato così male la sua intelligenza.
E forse la passione per lo studio che aveva era proprio un modo per "ripagare" la sua famiglia e i suoi amici per averli tante volte "traditi": e infatti, anche se in passato già aveva fatto le scuole superiori, lui si era buttato sui libri anche in galera e aveva completato gli studi all'Istituto Gramsci, sempre da primo della classe, e poi si era impegnato nella redazione di Ristretti Orizzonti, con una grande competenza in questioni di legge, lui era "l'avvocato" della situazione, ma anche con una capacità di vedere il mondo con occhi che non avevano dimenticato la poesia e l'amore per la vita. Per ricordarlo com'era davvero, con i suoi disastri, i suoi anni di galera, ma anche il suo desiderio di ritrovare la sua umanità, voglio proprio ripubblicare un suo racconto, la storia di un albero di pero che è anche una delle pagine più significative che io abbia letto sul carcere.
L'albero del pero
di Antonio Floris
Seguire di giorno in giorno il crescere lento e faticoso di un albero davanti alla finestra della cella è un modo diverso per provare a spiegare quanto può essere lunga una pena.
La finestra della mia cella, nella quale vivo da oltre tre anni, si affaccia su un campetto incolto in mezzo al quale si innalza, solitario tra le erbacce, un alberello di pero selvatico. Ormai sono tre primavere che lo osservo e mi sono accorto che ogni primavera questo albero allunga la sua cima di circa 30 centimetri. In pratica da quando lo sto osservando è cresciuto di quasi un metro. Parlando di quest'albero con un altro detenuto, sono venuto casualmente a sapere che era stato lui a piantarlo nel lontano 1995, ovvero 16 anni fa.
Nel 1995 si era voluto abbellire il nuovo carcere Due Palazzi (nuovo perché era in funzione solo da qualche anno) piantando in quegli spazi, non occupati da edifici, degli alberelli. Erano stati creati dei fossi, comprate delle piantine e messe a dimora in questi fossi. Dopo di che le piantine sono state abbandonate al loro destino, senza che nessuno si sia occupato mai né di potarle né di dare qualche colpo di zappa. In questo modo sono andate avanti nell'abbandono, più o meno come succede di questi tempi per i detenuti, solo che a differenza dei detenuti che vivono nella miseria e nella penuria di tutti i generi, gli alberi possono contare sulla generosità del cielo e sulla fertilità della terra, che è sicuramente una delle più pingui d'Italia.
Oltre al fatto che quest'alberello, assieme alle erbacce, è uno dei pochi esseri vegetali viventi che danno uno scorcio di natura in un ambiente fatto solo di ferro e cemento, esso dà uno spunto di riflessione sul passare monotono degli anni. Quando era stata messa a dimora la piantina era alta circa un metro. Ora ha un'altezza più o meno di 5 metri e per diventare così ci ha messo 16 anni.
Qui in carcere, durante gli incontri con gli studenti, di frequente si fanno discussioni sulla lunghezza delle pene e spesso succede che qualche studente, sentendo dire che tizio, accusato di omicidio, è stato condannato ad "appena" 15 o 20 anni, se ne esce dicendo che 15 anni o anche 20 sono pochi.
Per uno che guarda da fuori 15 o 20 anni potrebbero forse sembrare pochi, ma così pochi non sono per chi li deve effettivamente trascorrere dietro le sbarre. Allora per spiegare che non sono affatto pochi (soprattutto se trascorsi nell'ozio e nelle attuali condizioni di sovraffollamento) ognuno di noi cerca un paragone appropriato per dare un'idea di quanto lunghi possano essere. Chi si ingegna a cercare un paragone e chi un altro, ma fra tanti che se ne possono trovare questo dell'albero chiarisce il concetto in modo assai realistico.
Se qualcuno pensa che 16 anni sono pochi provi a immaginare che un bel giorno si metta a piantare un alberello davanti alla finestra di casa sua, poi che in quello stesso giorno cada vittima di qualche incantesimo o sortilegio a causa del quale deve stare chiuso in una casa senza poter uscire mai, fino a che l'albero, senza essere né concimato né curato da nessuno, arrivi all'altezza di 5 metri.
Per chi non avesse fatto mai quest'esperienza, possiamo assicurare che è molto fastidioso e irritante vedere con che estrema lentezza l'albero cresce. Fa quella breve esplosione di crescita di appena 30 centimetri in primavera, poi durante l'estate, l'autunno e peggio ancora l'inverno, non aumenta di un millimetro.
E la cosa più fastidiosa ancora è stare a fissare l'albero per anni e anni facendo di questa abitudine l'occupazione principale, senza potersi dedicare ad altro che non sia guardare la televisione o leggere oppure scrivere, senza veder mai i frutti del proprio lavoro e senza concludere niente di valoroso né per se stesso né per gli altri.
Lo stare a guardare l'albero che cresce e sapere che quando raggiungerà una certa altezza uno avrà finito la pena, per quanto lunga essa possa essere, è comunque fonte di speranza. Non tutti i detenuti però possono coltivare questa speranza, in quanto per tanti di loro il fine pena non esiste.
Fortunatamente io non sono di questi ultimi. Io so per quanto tempo ancora devo stare a guardare l'albero che cresce e già ho calcolato che altezza avrà raggiunto il giorno che lo dovrò salutare. Dietro l'albero c'è il muro della palestra e guardando dalla mia finestra, la cima dell'albero è più bassa di un metro del muro. Per poter uscire dovrò aspettare che sia più alta del muro di almeno due metri. Quest'inverno chiederò se me lo fanno potare, perché sfoltendolo dei rami inutili forse crescerà più in fretta.










