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di Giulia Merlo


Il Domani, 31 ottobre 2020

 

Per fronteggiare il continuo aumento dei detenuti e degli agenti positivi al Covid (i reclusi contagiati sono 215 e 232 gli agenti, con i maggiori focolai a San Vittore, Bollate e Terni) il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha chiesto a tutti gli istituti di creare delle cosiddette "sezioni Covid".

Questa particolare area delle carceri è divisa in due: una dove i detenuti appena arrivati e quelli che rientrano dai permessi vengono tenuti per i 14 giorni di isolamento preventivo o in attesa degli esiti del tampone; una dove rimangono i positivi anche asintomatici, se non mostrano sintomi così gravi da dover essere ricoverati.

Proprio questa indicazione del Dap ha creato le prime tensioni con i sindacati di Polizia penitenziaria. A Frosinone, dove la sezione è stata appena aperta senza prima comunicarlo al tavolo sindacale, è stato proclamato lo stato di agitazione. Ora non si registrano detenuti positivi ma solo in isolamento tuttavia, a regime, il carcere dovrà ospitare i malati provenienti da Lazio, Abruzzo e Molise.

"Questi reparti "parafulmine" sono necessari ma servono organizzazione e protocolli sanitari: significano nuovi posti di servizio, in una struttura già carente dal punto di vista del personale. Il rischio è che si abbassi la sicurezza", dice Maurizio Somma, segretario regionale del Lazio del Sappe. "È evidente che, per intervenire sull'emergenza, serve concordare una nuova organizzazione del lavoro, con dispositivi di protezione e organico potenziato: nel Lazio mancano circa 1.000 agenti di polizia penitenziaria".

Il ministero della Giustizia ha fatto sapere che, oltre alle sezioni per l'isolamento in ogni carcere italiano, nell'istituto milanese di San Vittore è stato creato un hub sanitario interregionale insieme a Medici senza frontiere, dove i detenuti positivi vengono curati senza necessità di ricoveri ospedalieri. Qui vengono portati i malati con sintomi gravi da tutte le carceri limitrofe e anche così si spiega l'alta concentrazione di positivi.

In tutte le altre carceri, invece, è presente il presidio medico ordinario gestito dalla Asl, che decide se il paziente può essere seguito dal carcere o va portato in ospedale. La creazione delle sezioni, però, non è facile perché vanno trovati e liberati spazi adatti, mentre ora molte strutture sono di nuovo sovraffollate, nonostante decreto cura Italia abbia permesso l'uscita dei detenuti semiliberi e con permessi di lavoro esterno.

La regola è che l'isolamento preventivo va sempre trascorso in celle singole, mentre è possibile mettere in celle multiple solo i detenuti che sono stati arrestati nella commissione dello stesso reato. Ma in alcuni istituti è invalsa la prassi del cosiddetto isolamento "in coorte", in cui vengono messi in celle multiple i detenuti arrivati in carcere insieme ma in modo casuale. Per sopperire a questo, i detenuti viaggiano anche in penitenziari lontani dove ci sono posti liberi.

Ogni mattina ogni carcere informa il provveditorato di riferimento di quanti posti liberi ci sono nella sezione Covid e l'amministrazione decide se assegnarvi detenuti provenienti dalle altre regioni di competenza. Esattamente come succederà a Frosinone e come già accade a Vasto, Velletri e Torino, dove sono stati liberati più posti.

"È semplice: un carcere sovraffollato non consente l'isolamento", dice Daniela de Robert, membro dell'Autorità garante per i detenuti. "Le misure dell'ultimo decreto sono importanti, ma più sul piano simbolico che dal punto di vista pratico, per questo chiediamo al ministero un impegno ancora maggiore".

Anche perché il carcere è un universo a sé, fatto di equilibri delicati e precari: "Quando il virus entra si diffonde in modo molto più pericoloso che altrove, come dimostrano i dati sulla diffusione delle malattie infettive", dice Alessio Scandurra, responsabile dell'osservatorio sulle carceri di Antigone, "bisogna ridurre le presenze e gli ingressi, perché l'emergenza è già iniziata".