di Liana Milella
La Repubblica, 25 novembre 2022
La costituzionalista Tania Groppi: “In tempi di regressione democratica e nuovi autoritarismi anche le Corti sperimentano difficoltà e tensioni nei rapporti con le maggioranze politiche”.
È un dovere, anche per la Consulta, comunicare le sue decisioni? “Certo che lo è, perché si tratta di un dovere costituzionale”. Non ha dubbi Tania Groppi, ordinaria di Istituzioni di diritto pubblico all’Università di Siena, dove insegna anche Diritto comparato, che venerdì sarà a Bologna per partecipare al seminario “Corte costituzionale e opinione pubblica”, promosso dalla rivista Quaderni costituzionali e dal Mulino, e che con Repubblica affronta i temi più caldi del dibattito su Consulta e informazione in questo scorcio d’anno.
È in subbuglio la nostra Corte costituzionale. Dopo cinque anni di “dialogo” con il mondo esterno - grazie alla guida di una giornalista come Donatella Stasio - ecco prevalere la linea fedele all’assunto “la Corte parla solo con le sentenze”. Che impressione le fa, visto che lei ha studiato proprio i meccanismi di apertura delle Corti nel mondo?
“Senza dubbio, nei cinque anni trascorsi, la Corte costituzionale ha fatto il suo ingresso nella nuova epoca della comunicazione, quella della rivoluzione digitale, andando ad affiancare le più importanti e autorevoli giurisdizioni costituzionali del mondo, come la Corte suprema del Canada e il Tribunale costituzionale tedesco. Anzi, ha utilizzato strumenti innovativi, penso ad esempio ai podcast, che l’hanno portata all’avanguardia in uno scenario in rapida evoluzione ovunque”.
Le sentenze forti della Corte, il suo peso determinante, ovviamente infastidiscono una politica che vorrebbe mani libere nello scrivere le leggi, senza alcun obbligo di rispetto della Carta. Soprattutto se parliamo di chi vuole cambiarla. Da qui, al “fastidio” per una Corte che non solo scrive, ma anche “parla”, il passo è breve. Lei crede che il “silenzio” della Corte possa danneggiare anche la tutela della Costituzione?
“Le giurisdizioni costituzionali sperimentano sempre difficoltà e tensioni nei rapporti con le maggioranze politiche, che ovviamente preferirebbero agire indisturbate. In questi anni di regressione democratica e nuovi autoritarismi la situazione è ancora più complessa. Credo che le corti stiano perfezionando e sviluppando le loro strategie comunicative proprio per rafforzare la democrazia costituzionale in tale contesto, con lo scopo di dare il loro contributo alla diffusione della cultura costituzionale tra i cittadini”.
Veniamo al “borbottii”, ai distinguo, alle lagnanze per una Corte che, appunto, parla. Sostiene chi vuole il silenzio: la Corte non può affidare le sue decisioni a dei comunicati stampa perché non hanno valore, e comunque possono alterare il significato stesso della sentenza. È così?
“Nell’epoca della rivoluzione digitale, è un dovere per le corti rendere accessibili le proprie decisioni, comunicandole con tutti gli strumenti oggi disponibili, rivolgendosi non solo alla stampa, ma anche direttamente ai cittadini. Deve essere chiaro, come lo è dovunque, che una cosa sono i comunicati stampa e le altre attività di comunicazione, un’altra cosa le sentenze. A ciascuno il suo. Ma non mi sembra sia mai stato un problema in Italia, finora”.
Mi scusi, ma una Corte costituzionale, oggi, può davvero avere “paura” di un comunicato stampa che comunque rinvia alla sentenza scritta? Non dovrebbe invece preoccuparsi dei destinatari di quella decisione, che non stanno solo nel palazzo della politica, ma per le strade del nostro Paese?
“Mah, non credo che la nostra Corte, al pari delle altre giurisdizioni costituzionali, abbia paura dei comunicati. Certamente occorre che queste nuove attività comunicative siano disciplinate da norme interne, come stanno iniziando a fare alcune corti, a partire da quelle che citavo all’inizio, in Germania e Canada. Sono attività nate in via di prassi, che necessitano di procedimenti più precisi che individuino bene le competenze dei vari soggetti coinvolti”.
Ovviamente esistono, nelle questioni affrontate dalla Corte, grandi e piccole decisioni. E alla stampa, com’è ovvio, interessano le prime. Eppure c’è chi sostiene adesso, nella nostra Corte, che tutte le questioni debbono avere lo stesso peso, quindi non si può solo segnalarne alcune alla stampa perché così si fa torto alle altre. Non è un modo, secondo lei, per fare di tutt’erba un fascio e non mettere in evidenza nulla?
“Spetta alle corti decidere quali decisioni comunicare e con quali strumenti. Pensiamo a corti come quella tedesca o colombiana, che decidono migliaia di casi ogni anno: fanno comunicati stampa, da diffondere tramite i social, soltanto per alcune decisioni, ritenute più importanti. Si tratta di strategie comunicative che fanno parte delle attività non giurisdizionali delle corti. A chi spetta decidere, all’interno del collegio, dipende dalla organizzazione di ciascuna corte: ci sono corti che rimettono queste scelte al presidente, altre invece coinvolgono il collegio, altre ancora lasciano campo libero ai portavoce e agli uffici comunicazione. Dipende”.
Vede, è un po’ come la questione degli esperti. Anche in questo caso scattano i distinguo, perché chiamarne alcuni e non altri? Ma così non si va verso la paralisi? Perché i troppi paletti a una scelta diventano di fatto il diniego della scelta stessa...
“A me sembra che ci sia una difficoltà, anche in una parte della dottrina, che non è abituata a leggere la giustizia costituzionale in una prospettiva globale, a inquadrare una serie di attività, come l’apertura agli amici curiae, o l’audizione di esperti, o la comunicazione, andando oltre la dicotomia giurisdizione-politica. Le corti costituzionali sono istituzioni di tipo nuovo, che necessitano di uno sguardo nuovo: per la loro, legittimazione, apertura, trasparenza, dialogo, sono le parole chiave”.
La Consulta ha aperto le sue porte, è andata nelle scuole e nelle carceri. I giudici hanno guardato negli occhi i giovani e i detenuti. Si sono sovraesposti? O finalmente hanno affrontato la società italiana con i suoi drammatici problemi?
“Guardando a quello che fanno le giurisdizioni costituzionali, nel mondo, mi pare di poter dire che anche la Corte costituzionale italiana è entrata pienamente nell’ambito della promozione della cultura costituzionale, quella che viene chiamata ‘constitutional literacy’“.
Lei trova eccessiva una Corte che parla attraverso i suoi podcast?
“Senza dubbio no. Le corti debbono utilizzare gli strumenti che via via si rendano disponibili. Quel che rileva davvero sono le finalità della comunicazione e i suoi contenuti: la promozione della cultura costituzionale, da parte del soggetto deputato alla garanzia della Costituzione (garanzia che include protezione e promozione) può avvenire con tanti mezzi. Alcune corti si servono anche di fumetti e cartoni animati”.
Politicamente, le sembra un caso che questo arretramento nella comunicazione della Corte costituzionale coincida con l’arrivo al governo di Giorgia Meloni e con la vittoria delle destre in Italia?
“Non saprei, direi che dopo gli importanti e innovativi sviluppi della comunicazione della Corte avvenuti negli ultimi anni al di fuori di un quadro normativo, forse adesso c’è bisogno, come è accaduto in altre corti, di provare a disciplinare questa materia, anche per dare stabilità alle best practices realizzate. Con la consapevolezza che il futuro non può che essere della comunicazione e della promozione della cultura costituzionale”.










