di Veronica di Benedetto Montaccini
The Post Internazionale, 13 maggio 2022
Carinola, nel reparto destinato ai protetti, manca qualsivoglia divisorio tra il water, il lavabo e il letto. Quello che si legge nella relazione annuale dell’associazione Antigone sullo stato delle carceri sembra un dettaglio, invece non lo è.
Dà la misura di cosa sia realmente il carcere e di quanto i bisogni elementari e i diritti fondamentali siano ancora mortificati e non tutelati. Immaginate la mortificazione della dignità quando si è costretti a mangiare e dormire nello stesso luogo in cui c’è water o toilette alla turca, quindi a vista. Come si può uscire migliori da posti del genere?
Come si può parlare di rieducazione e rispetto della Costituzione? In Campania nello scorso anno si sono contati sei suicidi in cella su 57 a livello nazionale. Dopo l’istituto penitenziario di Pavia c’è quello di Avellino tra le carceri in cui sono avvenuti più casi di suicidio, tanto per tenere la lente puntata sulla situazione in Campania.
L’Organizzazione mondiale della sanità ha accertato che il suicidio è una delle cause più comuni di morte all’interno delle carceri. Secondo statistiche recenti, i casi di suicidio nella popolazione detenuta sono di oltre 13 volte superiori a quelli registrati nella popolazione libera. Accanto a fattori personali, le cause sono da ricercarsi nel fatto che in carcere è più densa la presenza di gruppi vulnerabili, di persone in condizioni di marginalità, di isolamento sociale e di dipendenza. Quando si esce da questo quadro problematico, il tasso di recidiva è da record.
Il 70 per cento degli ex-detenuti torna a delinquere. Solo 1 su 10 esce rieducato dal carcere, questo perché se per il 79 per cento dei reati non viene trovato il colpevole si considera che quest’ultimo con molta probabilità non sarà uno incensurato ma per la maggior parte delle volte sarà qualcuno che è già stato in carcere.
Secondo Mauro Palma, Presidente del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, questi dati possono essere interpretati anche in un altro modo: “Quando si parla di recidiva lo si fa sempre per mostrare quanto sia stata inutile l’azione fatta all’interno del carcere. Ma va anche detto quanto è respingente la non azione al di fuori del carcere. La verità è che finché stanno dentro c’è ancora una qualche attenzione per i detenuti. Ma poi, una volta dimessi, per lo Stato non esistono più”.
Come è successo per Giuseppe, 55 anni, 22 trascorsi in una cella del carcere Opera di Milano. Quando è uscito, nel dicembre 2019, non aveva né una casa, né un lavoro. La sua storia l’ha raccontata nella puntata del 23 settembre della trasmissione Radio Carcere, in onda su Radio Radicale: “Dormiamo nei sacchi a pelo sotto ai porticati, mangiamo alla mensa dei poveri, ci laviamo nelle docce comunali. Questa è la vita che facciamo. Veniamo abbandonati a noi stessi, sbattuti in libertà in un mondo completamente diverso da quello in cui vivevamo prima di entrare in carcere. E io ho ancora paura della libertà.
Cammino per strada e ho paura, vado in metropolitana e ho paura, entro in un bar o in un negozio e ho paura. Ora capisco quelli che si buttano sotto a un treno o tornano a delinquere per passare l’inverno al caldo in cella. Se fuori è così, tanto vale starsene dentro”.
Tutto questo costituisce anche un peso enorme sui bilanci statali che potrebbe essere fronteggiato riducendo anche solo dell’i per cento grazie al lavoro. Ma sono ancora troppo pochi i detenuti con un impiego. Dall’ultima relazione del Parlamento sul lavoro in carcere emerge che al 31 dicembre 2019 su 60.769 detenuti lavorano in 18.070, cioè il 29,7 per cento.
Una percentuale misera che tra l’altro è aggravata dalla collocazione geografica delle carceri che offrono possibilità lavorative, concentrati tutti tra Milano, Padova, a Torino o a Roma, con pochissime altre eccezioni. Ad accompagnare i detenuti verso il reinserimento dovrebbero essere i Consigli di aiuto sociale e la Cassa delle ammende.
Quest’ultimo strumento è stato istituito durante il ventennio fascista e finanziato da due fondi: il fondo patrimonio, che raccoglie le somme derivanti dalle sanzioni pecuniarie disposte dal giudice, dalla vendita dei manufatti realizzati dai detenuti e dei corpi di reato non reclamati; e il fondo deposito, che conta sui soldi delle cauzioni ordinate dai magistrati e gli averi che non sono stati chiesti indietro da chi esce dal carcere.
Le risorse raccolte servono a finanziare progetti di reinserimento sociale e lavorativo di detenuti, internati o persone sottoposte a misure alternative alla detenzione. Ma i reclusi che vengono davvero coinvolti in questi percorsi sono una minoranza. Secondo l’ultimo monitoraggio effettuato dalla stessa Cassa delle ammende, al 15 gennaio solo 3.000 dei 9.000 destinatari individuati erano stati inseriti nel Programma nazionale per l’inclusione sociale delle persone in esecuzione penale, che offre percorsi di formazione e reinserimento lavorativo per i detenuti ed è il più importante dei quattro programmi nazionali finanziati dalla cassa e dalle regioni.
Gli altri tre riguardano le misure alternative alla detenzione, il lavoro penitenziario professionalizzante e l’assistenza alle vittime di reato. Ma in totale coinvolgono appena altri 900 detenuti. In pratica, scontata la condanna, per gli ex detenuti il reinserimento nella società può diventare molto difficile. Si ritrovano abbandonati dallo Stato, senza alternative e per di più in un mondo molto diverso da quello che avevano lasciato.









