di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 23 giugno 2025
È il 2002 quando, su Rai Uno, Bruno Vespa esibisce per la prima volta il plastico della villetta di Cogne. Il delitto di Samuele Lorenzi, ucciso a tre anni mentre dormiva nel letto dei genitori, e la figura della madre Annamaria Franzoni (principale indagata) sono l’oggetto di un’ossessione collettiva. Con quella messa in scena, Porta a Porta segna un punto di svolta nel rapporto tra giustizia e media: la cronaca nera come fiction e intrattenimento, lo studio televisivo una corte parallela. Inizia forse lì, simbolicamente, la moderna stagione della giustizia spettacolo. Un genere che ha attraversato i decenni, affinandosi nel tempo, ma conservando intatto il vizio d’origine: il processo mediatico che si sovrappone a quello giudiziario, deformandolo, semplificandolo, spesso anticipandolo.
Dagli anni Duemila, i salotti televisivi e i talk show si riempiono di criminologi, periti psichiatrici e aspiranti pm, diventando succursali delle aule di tribunale. Novi ligure, Perugia, Avetrana, Parolisi, Bossetti, Olindo e Rosa; ogni tragedia ha i suoi protagonisti, il suo climax morboso, il suo bestiario da dare in pasto al pubblico. L’assassinio della britannica Meredith Kercher (2007) alimenta lo stereotipo sessista della femme fatale che verrà addossato alla giovane americana Amanda Knox con centinaia di persone che manifestano sotto il tribunale di Perugia per chiederne la condanna neanche fossimo alla Bastiglia.
L’omicidio di Sarah Scazzi ad Avetrana (2010) rappresenta invece l’apoteosi e un punto di non ritorno: non solo la madre della ragazza apprende della sua morte in diretta tv durante il programma Chi l’ha visto?, ma la stessa località pugliese si trasforma in un grottesco set che accoglie orde di turisti del dolore: 25 euro e pranzo al sacco bastano per un rapido tour.
Con l’avvento dei social, la spettacolarizzazione si frammenta e si moltiplica. Per speculare sulla cronaca: bastano un tweet, una foto rubata, un video su TikTok. Il crimine si fa content: accompagnando la vecchia televisione che a suo modo ruggisce ancora, le piattaforme in streaming oggi pullulano di true crime di “viaggi dentro il male” realizzati come thriller hollywoodiani. Il confine tra informazione e intrattenimento si fa sempre più labile.
Con l’evoluzione della tecnologia digitale la giustizia spettacolo entra in una fase inedita: quella della tecnologia applicata alla narrazione del crimine. Proprio questa settimana, il programma Quarta Repubblica (Rete 4) ha utilizzato l’intelligenza artificiale per generare la simulazione dell’omicidio di Chiara Poggi a Garlasco. L’algoritmo ha ricostruito i volti dei protagonisti i loro movimenti, la dinamica del delitto, anche nei particolari più truculenti. Ma il tutto solleva dubbi etici enormi: è una ricostruzione o una suggestione? È informazione o manipolazione? Non è il primo caso e non sarà l’ultimo.
In Francia, nel 2023, un programma analogo ha utilizzato un deep fake per mostrare “testimonianze” simulate. La giustizia spettacolo non è solo un problema di forma: è una questione di sostanza democratica. Quando l’opinione pubblica giudica prima del giudice, quando le sentenze si emettono nei talk show o sui social media, a essere preso di mira è quasi sempre il principio presunzione d’innocenza, pilastro dello Stato di diritto.
Lo ha denunciato più volte l’Unione delle Camere Penali: “Il processo mediatico altera l’equilibrio tra accusa e difesa”. Annamaria Franzoni è stata condannata, altri come Amanda Knox e Raffaele sollecito sono stati assolti dopo anni di carcere e linciaggio mediatico. Colpevoli o innocenti, non è questo il punto, la loro vicenda è stata al centro di un interesse malsano, ha generato tifoserie contrapposte come se fossimo davanti a un reality show.
Il giornalismo, in questa deriva, ha una grande responsabilità: informare senza influenzare, raccontare senza condannare, mostrare senza spettacolarizzare. In un’epoca in cui la tecnologia accelera le emozioni e rallenta la riflessione, forse la vera rivoluzione sarebbe tornare ai fatti. Dare spazio al dubbio. E restituire alla giustizia il tempo, lento ma sacro, che le spetta.











