sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Gianmaria Tammaro


La Stampa, 9 gennaio 2022

 

In "Ariaferma" di Leonardo Di Costanzo, disponibile su Sky, Now e Amazon Prime Video, il carcere non è solo un luogo, ma un pensiero ricorrente, che torna sempre uguale, che piega e schiaccia ogni cosa, che appiattisce e banalizza, che ribalta qualunque bussola morale e che trasforma gli uomini in fantasmi: pallide imitazioni di quello che, in realtà, sono.

In carcere le guardie sono prigionieri, e i detenuti sono più consapevoli: sanno che quello che sentono e provano è tutto quello che hanno; cercano speranza e conforto nel presente, mai nel passato o nel futuro. Le guardie, invece, continuano a pensare al mondo esterno, al mondo di fuori, e non si lasciano andare all'idea di essere cambiate, di essere diventate qualcos'altro.

"Ariaferma" riesce a catturare questa condizione, a fotografarla, a mostrarla con estrema chiarezza, e a sfruttare ogni più piccolo momento, e ogni più piccolo angolo della prigione, per raccontare una storia che alla fine parla semplicemente di uomini. C'è lui, Gaetano, interpretato da Toni Servillo, che si ritrova al comando nei giorni in cui il carcere viene svuotato per essere abbandonato; e poi c'è Carmine, interpretato da Silvio Orlando, che è un detenuto: non conosciamo il suo passato né i suoi crimini; tutto quello che sappiamo è che è lì, che è pericoloso e che sono anni - decenni interi - che sta scontando la sua pena.

In qualche modo, Gaetano e Carmine si assomigliano; in alcuni momenti, anzi, finiscono per sovrapporsi, per diventare una cosa sola, accomunati dai sentimenti: dall'angoscia di chi si sente padre e responsabile per gli altri, e dalla voglia di vicinanza che si prova dopo essere stati soli per tanto tempo. Leonardo Di Costanzo sa costruire la tensione senza inquadrare nulla di particolare, giocando unicamente con i primi piani e con le immagini ferme, con i silenzi e con le parole.

In questo film, le pause sono come picconate nella pietra: scavano, lasciano una traccia e non vanno più via. La stessa dimensione cinematografica si restringe e diventa teatrale, intima, fatta di confronti, botta e risposta, di dialoghi che dicono tutto e, allo stesso tempo, non dicono niente. Gaetano vuole sopravvivere senza abbandonare la propria umanità; Carmine è più saggio, più realista: prova a sfruttare il tempo che ha e la libertà che gli viene data per sentirsi completo. Non più bestia in catene, ma uomo padrone di sé stesso.

Il cibo, in "Ariaferma", è la chiave della pace e della convivenza tra polizia e detenuti, anche per chi è stato cresciuto e istruito a vedere le cose e il mondo in un certo modo: distinguendo tra bianco e nero, buoni e cattivi, e giustificando il male perché minore e necessario. Il cibo è uno strumento. Proprio com'è uno strumento la prigione. Ma se il primo è dinamico ed è alla base delle interazioni, la seconda è enorme, inafferrabile, totale: avvolge e comprende tutto. È ovunque, sempre presente, e ha una sua voce. La voce delle porte di ferro che si chiudono, delle chiavi che girano nelle serrature, delle pareti che perdono pezzi di vernice e di intonaco, che minacciano di cadere e che comunque restano alte e spiano e vedono ogni cosa.

Fino alla fine, resiste una sensazione precisa: succederà qualcosa di brutto, e sarà qualcosa da cui, poi, sarà impossibile riprendersi. E invece, incredibilmente, c'è un'altra via, un'altra strada, trovata proprio da Gaetano e Carmine. Che si parlano e si rispettano, che si riconoscono l'uno nell'altro e che, proprio per questo, si capiscono.

Toni Servillo e Silvio Orlando lavorano con il tono e con le espressioni. Prima di pronunciare le battute, muovono gli occhi e la bocca, dipingono ed evocano stupore e rabbia. Orlando si trasforma in una figura carismatica e terribile, e Servillo è in grado di acquistare una forza compressa ed estremamente esplosiva: quando fa un passo avanti, sentiamo tutto il peso del corpo, le ossa che si riposizionano, la carne che trova un altro equilibrio, e le mani che si chiudono a pugni. La sua voce è più veloce, più aggressiva: ringhia, azzanna, prova ad essere sempre più alta e definitiva. Quella di Orlando, al contrario, è quasi trattenuta, pacata; ha la leggerezza di chi sa le cose della vita. Cose uguali per tutti. Parla con la testa, guidato dall'esperienza, e non con la pancia.

Il documentarismo viscerale di alcune riprese, che non si uniscono alla struttura rigida della narrazione ma che arricchiscono la profondità del racconto con venature di verità, è uno dei pilastri di questo film e uno degli elementi più importanti dello stile e della firma di Di Costanzo. È anche - ed è forse l'aspetto più interessante - sinonimo di pazienza e di calma. Perché le cose, in "Ariaferma", succedono; le scene trovano la loro forma e si incastrano naturalmente; l'andamento stesso del racconto - apparentemente prevedibile, e in realtà veloce e fluido - è spontaneo e musicale. Ogni cosa in questo film parla: parla la prigione, parla il cibo, che sembra sempre invitante e buono; parlano i gesti, gli occhi e i corpi. C'è il mestiere di chi racconta e scrive (Di Costanzo con Bruno Oliviero e Valia Santella), e c'è il mestiere dell'attore. Scompare la persona ed appare il personaggio. Un carcere vuoto si riempie, e una storia diventa un modo per affrontare la realtà.