di Sarah-Hélèna Van Put
Il Manifesto, 7 febbraio 2026
Incontro “Nella colonia penale”, film documentario vincitore del Premio Corso Salani alla 37ª edizione del Trieste Film Festival, raccontato dai registi Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia e Alberto Diana: intervista collettiva. Lontano dalle città e dal dibattito pubblico, sopravvivono in Sardegna le ultime tre colonie penali attive in Europa: Isili, Mamone e Is Arenas. Come sospese nel tempo, le colonie incarnano una forma di detenzione arcaica eppure pienamente contemporanea: i detenuti lavorano, il tempo si allunga e il controllo si riproduce identico a sé stesso. All’Asinara, dove le celle sono ormai rovine, il potere assume una forma diversa: l’animale libero occupa lo spazio lasciato vuoto dall’uomo, aprendo a una nuova e inquietante dialettica di sopraffazione. Nella colonia penale, film documentario vincitore del Premio Corso Salani alla 37ª edizione del Trieste Film Festival, vede i registi Gaetano Crivaro, Silvia Perra, Ferruccio Goia e Alberto Diana si muovono dentro uno spazio di eccezione, interrogando un sistema penitenziario che appartiene al passato ma continua a riflettere il presente. Un mondo apparentemente distante dalla società, che ne rivela le crepe, le rimozioni e le persistenze più profonde.
Il film è strutturato in capitoli. Come è nata l’idea del progetto e in che modo avete deciso questa suddivisione?
A: La proposta è arrivata dalla casa di produzione Mommotty nel 2020 nella fase clou della pandemia, quando ci si interrogava sullo stato della libertà e nel momento in cui erano scoppiate delle rivolte carcerarie dopo l’annunciato del lockdown. Avvicinarci al tema carcerario è stato per noi motivo di grande interesse. La suddivisione in capitoli è stata in parte proposta dalla produzione e in parte è avvenuta in modo naturale tra noi.
Che tipo di preparazione c’è stata prima delle riprese? Esisteva una sceneggiatura iniziale o il film ha preso forma soprattutto in fase di montaggio?
F: Abitando in diverse parti d’Italia e all’estero, il film è nato online. Abbiamo condiviso i nostri punti di vista e stabilito quale colonia ciascuno avrebbe raccontato, sviluppando poi individualmente una sceneggiatura inizialmente piuttosto teorica, anche perché abbiamo dovuto attendere a lungo per via della pandemia e dei permessi. Dopodiché individualmente, ma a rotazione perché abbiamo usato la stessa troupe, siamo entrati nelle colonie: Gaetano è andato a Isili, Alberto all’Asinara, Silvia a Mamone e io a Is Arenas. Una volta raccolto il materiale abbiamo iniziato il montaggio che è durato quasi due anni: ognuno di noi ha lavorato individualmente con il montatore, poi abbiamo condiviso i nostri episodi e creato questo film unico.
S: La chiave di volta è stata avere la stessa direttrice della fotografia. Federica è riuscita a dare grande omogeneità al film e a costruire un lavoro unitario: il passaggio da un episodio all’altro non è mai netto, quasi non ci si accorge del cambio di capitolo, ed è merito suo.
In alcuni episodi il suono delle campanelle delle pecore diventano quasi una colonna sonora del film. Come avete lavorato su questo elemento visto che avete girato in tempi diversi?
G: Nel film non ci sono didascalie, voce narrante o interviste, quindi il suono diventa un vero testo: dilata i quadri fissi e costruisce un fuoricampo. All’inizio c’è una scena in cui gli agnelli vengono uccisi dietro delle tende con un suono di elettroshock, la stessa frequenza che ritorna quando i poliziotti timbrano il badge e nelle perquisizioni dei detenuti al rientro dal lavoro. Questi suoni aiutano a raccontare molte cose in più di quelle che vediamo nelle immagini.
Nelle colonie penali la presenza di detenuti non europei è molto alta? In che modo questa composizione influisce sulle dinamiche interne di questi luoghi?
S: La maggior parte dei detenuti non sono europei. Si crea una sorta di mondo parallelo fatto di migrazioni con uno scambio continuo di vissuti ed esperienze, un vero micromondo.
F: Avendo lavorato a lungo come mediatore nei centri di accoglienza, arrivando a Is Arenas mi sembrava di trovarmi in uno di quei contesti. Noi abbiamo deciso di non indagare il motivo per cui erano là, non era questo il progetto. Avendo un background di mediatore culturale, molte persone mi chiedevano consigli e ho scoperto che tanti non avevano i documenti. Un giorno mi ha colpito il trasferimento di un ragazzo appena arrivato in Italia che non sapeva cosa fare. Diverse persone arrivavano così, completamente sprovviste e catapultati in questo microcosmo della colonia penale.
G: Nel mio episodio ho girato anche con sardi, friulani e un siciliano. Le carceri sono sempre lo specchio di una marginalità del momento, cioè trent’anni fa in carcere c’erano prevalentemente i meridionali, adesso sono i migranti la fascia più debole.
Come siete entrati in contatto con i detenuti? Quali sono stati i momenti più significativi di questa esperienza?
S: Era necessario costruire un rapporto e la loro fiducia non era affatto scontata. Nel mio episodio hanno accettato tutti di essere ripresi e, in un certo senso, si sono messi a nudo. Non abbiamo mai fatto interviste: il film nasce dall’osservazione del loro lavoro e di quei pochi momenti di svago che avevano. A un certo punto si è creato quasi un momento di metacinema: con la camera accesa hanno inscenato una finta litigata. Avevano il bisogno di mettersi un po’ in mostra e di raccontarsi.
G: Per me il momento più importante è stato quando abbiamo proiettato il film nelle colonie penali e nelle carceri. È stato il momento in cui i detenuti si sono visti rappresentati. Mi ha colpito in particolare una proiezione in un carcere “normale”: ci si aspetterebbe che qualcuno esprima il desiderio di andare in colonia penale, invece un detenuto ha raccontato di aver chiesto di andarsene, perché stava male e gli unici medici disponibili erano veterinari. Sono luoghi estremamente isolati, lontani dalla prima città.
Le colonie penali sembrano dei luoghi sospesi. Il modello “riabilitativo” di queste strutture può essere considerato più virtuoso rispetto al carcere tradizionale?
A: Alcuni detenuti le considerano leggermente migliori perché permettono di lavorare e guadagnare, anche considerando che stare in carcere comporta dei costi e chi non ha sostegni esterni accumula debiti. Ma da un punto di vista riabilitativo bisogna chiedersi che tipo di lavoro viene proposto e quali possibilità di reinserimento abbiano, soprattutto per persone straniere impiegate nel settore primario, che una volta fuori si scontrano con il mercato del lavoro. Non è detto che queste mansioni non finiscano per perpetuare marginalità e sottomissione.
G: Le colonie penali sono un residuo di qualcosa che da la sensazione che il sistema carcerario stesso si sia dimenticato della loro esistenza, sono dei luoghi lontani da tutto. Da fuori può sembrare quasi esotico pensare che, lavorando all’aperto, i detenuti si sentano più liberi. C’è un aspetto che nel film non siamo riusciti a raccontare: per un periodo in una delle colonie sono stati rinchiusi malati psichiatrici con potenziale di criminalità che non avevano commesso reati. Invece di essere curati in ospedali psichiatrici, venivano chiusi in celle e affidati alle cure delle guardie penitenziarie. La colonia penale è uno spazio profondamente contraddittorio del sistema penitenziario italiano, un residuo che a volte serve a collocare ciò che non si sa dove mettere, tipo i detenuti che non hanno domicilio e sono fermati per qualche reato minore.
A partire dalla vostra esperienza, qual è secondo voi la situazione del sistema carcerario italiano oggi?
A: In questo momento è devastante. Secondo il rapporto di Antigone nel 2025 ci sono stati più di duecento morti nelle carceri, di cui più di settanta suicidi. A questa emergenza si risponde spesso con decreti sicurezza più repressivi, ma non può essere la soluzione. Il sistema carcerario dovrebbe essere ripensato anche in relazione ai luoghi: la tendenza è costruire le carceri fuori dalle città alimentando l’idea di allontanare il carcere quando, in realtà, esso è una rappresentazione della società. Il nostro è un film che parla anche di lavoro, della sovrapposizione tra la condizione del detenuto e la condizione del laboratorio salariato. È una riflessione che non interroga solo chi sta dentro, ma anche il rapporto che abbiamo con il lavoro e con quelle forme di detenzione invisibile che attraversano la società stessa.
G: Nelle colonie penali il lavoro è come una catena di montaggio taylorista, in cui ognuno fa delle cose senza un reale obiettivo. In carcere viene assegnata un’etichetta da cui è difficile liberarsi: non si mira alla riabilitazione, ma alla punizione. Molti detenuti hanno raccontato che in carcere si impara a delinquere per sopravvivere, perché quando escono non sono nelle condizioni di potersi riabilitare e hanno addosso una nomea con cui difficilmente qualcuno dà una seconda possibilità. Il sistema di detenzione in Italia è fermo a un modello ottocentesco. È molto semplice punire chiudendo una cella invece di fare dei veri e propri percorsi di riabilitazione e nel 2026, facendo il pastore in una colonia penale difficilmente puoi emanciparti.
Un elemento costante che accompagna il film e i detenuti è la presenza degli animali che nell’episodio finale, l’Asinara, diventano centrali.
A: L’animale è un elemento costante perché è uno strumento di lavoro inserito in una dinamica di sfruttamento che si evolve e si trasforma anche quando il carcere scompare. All’Asinara la struttura è diventata un parco, ma di fatto resta un carcere: persistono gli stessi meccanismi di detenzione, monitoraggio e repressione. Avviene una sorta di metamorfosi in cui i prigionieri diventano gli animali e l’essere umano è nuovamente carceriere. Gli animali che vivono e che popolano questi luoghi considerati selvaggi, sono in realtà animali da lavoro che, con la chiusura del carcere, si sono ritrovati a vivere nella riserva.









