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di Giansandro Merli

Il Manifesto, 4 novembre 2026

Dall’università di Bologna il primo studio sistematico sulla sorveglianza aerea dell’agenzia Ue. Aerei e droni forniscono molte informazioni senza implicare il dovere di soccorso. Trentatremila persone sono state catturate dalla guardia costiera libica e da quella tunisina grazie alla collaborazione di Frontex tra agosto 2018 e ottobre 2024. Migranti in fuga dai paesi nordafricani a bordo di oltre seicento imbarcazioni. Persone riportate indietro con la forza, spesso con violenza, a volte direttamente in centri di detenzione da militari o miliziani sostenuti economicamente dai paesi europei, Italia in primis. E indirizzati dall’alto da droni e aerei dell’agenzia per il controllo delle frontiere esterne: Frontex.

Lo dimostrano i dati elaborati dal progetto Liminal dell’università di Bologna, che ieri ha pubblicato “Aerial bordering”. Un report multimediale, accessibile online, che costituisce “il primo studio sistematico” della sorveglianza aerea di Frontex sul Mediterraneo centrale. I dati vengono da un database della stessa agenzia: il Joint Operation Reporting Application (Jora). Un sistema informativo standardizzato, tenuto insieme a paesi e istituzioni Ue, dove rimane traccia degli eventi significativi lungo le frontiere. I ricercatori hanno potuto esaminarlo grazie a una serie di accessi agli atti.

“Il numero di ore di volo degli aeromobili di Frontex sul Mediterraneo centrale è passato da 469 nel 2019 ad almeno 5.253 quattro anni dopo”, si legge nel report. “Ciò è stato accompagnato da un forte aumento del bilancio che l’agenzia destina ad acquisto e verifica dei servizi di sorveglianza aerea forniti da appaltatori privati: da 11,7 milioni nel 2018 a 278,6 milioni nel 2026, secondo i calcoli di Liminal”.

“Ci siamo chiesti quali fossero le ragioni di questo evidente cambio di passo e perché l’agenzia avesse deciso di investire così tanto sulla sorveglianza aerea - afferma Lorenzo Pezzani, fondatore di Liminal e professore associato di geografia presso l’università di Bologna - La risposta è che sorvolare quella rotta migratoria dall’alto permette di mantenere una grande consapevolezza e visione su quello che accade senza assumere alcun dovere di soccorso, come avverrebbe per i pattugliamenti in nave”.

Le date di questo cambio di passo vanno collocate nell’ambito della radicale trasformazione del quadro operativo lungo la rotta centrale del Mediterraneo imposta negli ultimi dieci anni. È tra il 2016 e il 2017 che la collaborazione tra ong e guardia costiera italiana viene progressivamente meno, mentre contro gli equipaggi umanitari partono campagne diffamatorie e inchieste penali (tutte archiviate). Le navi civili subiscono fermi e sequestri oltre a una serie di tattiche funzionali a tenerle lontane dalla scena dei soccorsi.

Intanto l’Italia sostiene in maniera sempre maggiore la guardia costiera libica e quella tunisina. Soldi, mezzi, formazione e informazioni. Come quelle che Frontex - dimostra la ricerca di Liminal - ha fornito in maniera sistematica a quei corpi militari. Tre i modelli operativi individuati dal progetto di ricerca, che “dimostrano come la sorveglianza aerea di Frontex consenta il rimpatrio forzato dei migranti in Libia e Tunisia”: la comunicazione selettiva in mare, perché l’agenzia privilegia i contatti con libici e tunisini rispetto ad altri attori come le ong; l’espansione dell’area di intercettazione, perché le informazioni ricevute dall’alto hanno consentito alla guardia costiera di Tripoli di catturare i migranti in una zona molto più estesa; la mancata reazione di fronte alle violenze, perché gli aerei di Frontex non fanno nulla quando assistono alle aggressioni contro i migranti. È a questa agenzia che la scorsa settimana la Commissione europea ha proposto di quadruplicare il personale, fino a 30mila agenti, e di raddoppiare il budget: 12 miliardi di euro tra il 2028 e il 2034.