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di Lodovico Poletto

La Stampa, 5 febbraio 2024

Oggi il padre dell’insegnante detenuta in catene incontra Nordio e Tajani. Corsa contro il tempo per presentare un piano a Budapest. Alle cinque di domenica pomeriggio l’avvocato milanese Eugenio Losco non si lascia andare a previsioni su come finirà l’incontro di oggi a Roma, con i ministri della Giustizia Carlo Nordio, quello degli Esteri, Antonio Tajani. La strategia da mettere a punto è complessa. Bisogna definire il piano da presentare a Budapest abbastanza rapidamente. Così che Ilaria Salis possa ottenere gli arresti domiciliari e lasciare il carcere dove si trova rinchiusa: una ex prigione della Gestapo, non lontana dal centro, ma isolata rispetto alle strade del turismo. Dello shopping, dei negozi griffati, dei locali acchiappa allocchi, nei quali un piatto con tre salsicce e una birra costa poco meno di 40 euro.

Ma Budapest, spazzata dal vento per tutto questo fine settimane, quasi ignora la storia di Ilaria, e non sa che da qui alla prossima udienza del processo mancano ancora tre mesi. La politica, invece, ne dibatte. E nel sottobosco di quella destra che sostiene il governo, si alza la voce degli anti Salis. Erano spifferi nelle scorse settimane, adesso però sono diventati parole in chiaro. Attacchi dritti alla premier italiana Giorgia Meloni che ha incontrato Viktor Orban con il quale - tra le altre cose - ha discusso del caso della “terrorista” - come la chiamano qui - l’insegnate di Monza. Per dire: ieri il sito Kuruc.info, portale di estrema destra molto “vicino” al politico Elod Novàk, ex parlamentare di Jobbik, attacca a muso duro il governo italiano e pubblica un lungo articolo nel quale non risparmia la nostra premier. Eccolo: “Se Meloni voleva (ottenere) rassicurazioni, avrebbe dovuto iniziare con tre cose. La prima è quella di scusarsi per l’atto terroristico commesso, o almeno dire che è molto dispiaciuta per quanto accaduto. La seconda è quella di informarsi su come stanno adesso le vittime ed esprimere la speranza che ora si siano completamente riprese. La terza è dirci - ma, in caso contrario, Orbán dovrà chiederlo - cosa hanno fatto le autorità italiane per impedire che tornino di nuovo in Ungheria quei terroristi che avrebbero potuto uccidere gruppi di ungheresi”. Tradotto: l’atteggiamento della rappresentante del governo italiano è stato arrogante e non ci è piaciuto proprio per nulla. E Orban non deve assolutamente cedere alle pressioni che sono arrivate da Giorgia Meloni.

La disamina, però, è lunga. La parola terrorismo è un mantra (qui come su altri organi di propaganda/informazione). Ilaria, le catene con le quali è stata portata in aula, le condizioni disumane in cui è stata costretta a vivere per mesi dentro quella galera, sono soltanto un dettaglio che non interessa e non scalda gli animi di chi si prepara al raduno della destra estrema europea durante il fine settimana che verrà. Basta? Proprio no. A leggere fino in fondo c’è anche una punzecchiatura al primo ministro Orban “avrebbe potuto assicurare che il sistema giudiziario in Ungheria è completamente indipendente” e un graffio per l’Europa: “Poiché Bruxelles tiene d’occhio questo settore, la terrorista antifascista di sinistra non deve certo temere un verdetto di parte”.

Ecco, se fosse per questo e altri blog e siti schierati sulla sponda destra la trentanovenne potrebbe anche finire ai lavori forzati. Ed è un’esagerazione, ovvio, ma dimostra quanto siano lontane le richieste italiane da quelle della politica fuori dai palazzi e dai ministeri. Cautela dunque. Anche perché la passeggiata verso il castello di Buda, in quello che chiamano il Giorno dell’onore è ormai vicinissima. E il deputato Andras Jambor, del partito di opposizione, da sempre schierato con le minoranze di qualunque tipo esse siano, denuncia in una intervista: “L’associazione che organizza quell’evento, ha persino ricevuto fondi statali”.

Jambor è il leader del movimento che tradotto in italiano significa “Scintilla” (Szikra), di cui faceva parte Krisztina Ilona Dobos, il cui nome era finito nell’elenco degli arresti effettuati dalla polizia per le “violenze” di un anno fa, dopo la manifestazione dei nazi-destri europei. All’epoca era considerata un’attivista di Scintilla, destinata a una crescita importante.

Venne rilasciata un paio di settimane più tardi. Il suo compagno di vita accusato di pedofilia (si raccontò di decine di files trovati nei pc) si è tolto la vita. E lei da quel momento è passata in seconda se non addirittura in terza fila nel movimento. Cancellando ogni traccia di sé anche dai social. Erano vere le accuse al compagno? Qualcuno dice di no. Altri non si sbilanciano. Quelle contro Krsiztina, invece, sono cadute tutte. Era stato un errore arrestarla. Non era lei la donna filmata nei pestaggi. Alla manifestazione antifascista c’era? Assolutamente sì, ma era tra i non violenti.