di Massimo Massenzio
Corriere di Torino, 5 agosto 2024
Il sociologo Prina: “Più educatori e psicologi”. La prima volta in cui Franco Prina ha varcato l’ingresso del Ferrante Aporti aveva solo 20 anni. Era il 1972 e aveva partecipato a una visita con il gruppo Abele. Qualche anno dopo è diventato docente di Sociologia giuridica e della devianza all’università di Torino e ha continuato a occuparsi di delinquenza minorile per tutta la vita. Anche come giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni di Torino.
Professore, come si può “ripartire” dopo una rivolta come quella andata in scena giovedì sera?
“C’è un solo modo e di certo non è l’inasprimento delle pene. Bisogna invece impegnarsi per conquistare la fiducia di questi ragazzi difficili che vedono nella polizia, nello Stato e in tutte le figure istituzionali una serie di “nemici” da combattere”.
Secondo lei, nelle condizioni attuali del “Ferrante”, è possibile riuscirci?
“Bisogna ripensare il sistema dell’accoglienza e l’organizzazione dell’istituto per una popolazione diversa dal passato. Quella dell’altro giorno non è stata la prima rivolta, ma di sicuro è stata quella che ha avuto le conseguenze più pesanti. Tanti anni fa a ribellarsi c’erano altri ragazzi, anche loro figli di immigrati, che però, in fondo, nutrivano un po’ di rispetto nei confronti delle istituzioni. Ora non è così. Per questo bisogna entrare nel mondo di questi giovani, dei loro desideri e dei loro bisogni”.
E questo si può fare tra le mura di un carcere minorile?
“Penso che sia necessario un lavoro coordinato. In molti casi i giovani che entrano all’ipm sono già “conosciuti”. Per questo bisogna intercettarli anche prima, attraverso l’educativa di strada e far capire loro che non tutte le persone sono intenzionate a maltrattarli. All’esterno creare un legame è più facile, ma in ogni caso il momento cruciale resta l’ingresso in istituto. Parliamo di ragazzi con problemi di dipendenza e grossi disagi. Finire in una cella li scompensa ancora di più e quindi va chiamata in causa la sanità territoriale che, in carcere, fa molta fatica”.
Negli ultimi anni la media degli accessi nei penitenziari minorili è aumentata notevolmente...
“E sicuramente non facilita il lavoro degli operatori. A Torino siamo passati da 35 a 60 detenuti, in Italia da 350 a 550. Le statistiche ci dicono che la delinquenza non è in un aumento, quindi questi numeri dipendono dalla volontà di risolvere i problemi sociali con la repressione. Invece di investire nelle soluzioni alternative e lasciare il carcere come ultima ratio, stiamo andando nella direzione opposta”.
Che cosa intende?
“Le politiche governative stravolgono i principi legislativi. Le comunità per minori sono troppo poche, i minori vengono sballottati in tutta Italia e alla prima infrazione tornano in Ipm. Non è questo l’approccio giusto. Basta guardare quel video per capire che qualcuno pensa di non avere più niente da perdere, altri si sentono dei falliti.










