di Antonio Mattone
Il Mattino, 6 giugno 2022
L’analisi del cardinale Zuppi (Presidente Cei). “Umanità e carcere possono e devono andare d’accordo senza alcun compromesso. Anzi l’una aiuta l’altro in modo vicendevole”. È la posizione del cardinale Matteo nuovo presidente della Conferenza episcopale italiana, espressa a Bologna in occasione della presentazione del libro sulla figura di Giuseppe Salvia, il vicedirettore del carcere di Poggioreale, ucciso nel 1981 dalla Nco di Raffaele Cutolo. Sono parole che esprimono l’orientamento pastorale che guiderà l’azione e il pensiero dei vescovi italiani sul mondo penitenziario.
L’arcivescovo di Bologna ha sottolineato che “carceri dove non c’è niente, ma solo reclusione e contenimento, fanno uscire le persone peggiori di come ne sono entrate”. È storia di quarant’anni fa come emerge nella vicenda di Mario Incarnato, il killer che sparò a Salvia, un contadino di Ponticelli che divenne camorrista proprio all’interno di quelle mura. Ma è anche cronaca di oggi. D’altra parte, lo stesso Cutolo costruì la sua fama e il suo clan all’interno delle patrie galere dove è stato rinchiuso per 56 anni. Chi è carcerato ed è sottoposto solo alle regole penitenziarie o a quelle della malavita che tanto spesso impongono gli stessi detenuti, difficilmente diventerà una persona migliore. In questi anni, le carceri sono state terreno fertile anche del radicalismo islamico. Diversi terroristi sono stati indottrinati durante la loro carcerazione e da qui hanno intrapreso la via eversiva.
E allora se è vero che devono cambiare le persone, è altrettanto vero che devono cambiare gli istituti penitenziari. “Le carceri cambiano - ha affermato Zuppi - anche se intorno ad essi c’è una società civile sveglia. E tanto spesso è il mondo intorno che permette al carcere di migliorare”. Il volontariato e il lavoro rappresentano quei cardini fondamentali sui cui si deve innestare un processo di cambiamento. Ci sono degli esempi virtuosi di aziende che all’interno delle carceri fanno lavorare i detenuti, creando manufatti artigianali, prodotti dolciari e quanto altro. Realtà che devono moltiplicarsi e che possono scandire un altro ritmo alla vita quotidiana di chi è recluso e soprattutto insegnare un mestiere da spendere una volta usciti. E poi i volontari, coloro che ascoltano i drammi e le speranze di chi ha commesso errori e li sostengono nei momenti difficili senza giudicarli. La loro presenza può rappresentare quella mano amica che può suscitare il desiderio di compiere percorsi di cambiamento e di riscatto sociale.
Il penitenziario di Poggioreale, oggi intitolato a Giuseppe Salvia, è stato per diversi anni quel carcere immobile, scuola di malavita e di violenza, operata da carcerati e talvolta da carcerieri, in cui si è formata la criminalità napoletana. Fa impressione che in una relazione del comandante scritta verso la fine degli anni 70 si rilevano alcune criticità presenti ancora oggi: il sovraffollamento con duemiladuecento detenuti, gli stessi presenti in questi giorni; la mancanza di personale sottoposto a turni massacranti, reparti fatiscenti, ritrovamenti di oggetti non consentiti (allora coltelli, oggi telefonini).
Tuttavia, non possiamo dire che la situazione di allora sia la stessa di oggi. Dobbiamo riscontrare lo sforzo di chi opera all’interno di quelle mura con grande sacrificio e abnegazione. Ma se sta cambiando l’atmosfera a Poggioreale quello che è rimasto uguale è l’indifferenza della politica per questo mondo marginale che interessa a pochi. Probabilmente per il clima culturale di parte dell’opinione pubblica, come è stato sottolineato dalla dura presa di posizione del Presidente della Cei: “viviamo un giustizialismo da imbecilli, per cui si mette dentro qualcuno e si butta via la chiave pensando di risolvere così i problemi della sicurezza”. “E questo - ha continuato il Cardinale - è pericoloso per tutti perché così dal carcere si esce peggiori”.
Piuttosto bisogna interrogarsi sulla trasformazione delle logiche delle mafie che, se non sono evidenti e sfacciate come ai tempi di Salvia, sono più subdole e temibili. Comprendere i tratti delle connivenze, acquisire consapevolezza sui nuovi metodi con cui agiscono i clan mafiosi, secondo Zuppi significa individuare gli strumenti per combatterli.
E poi c’è il tema della riconciliazione. L’arcivescovo ricorda che la moglie e il figlio di Salvia vanno a servire al pranzo dei detenuti a Poggioreale. “Un gesto fatto senza sconti, buonismi o perdonismi ma con grade fierezza e fermezza, non facendosi catturare dalla logica della vendetta, dell’odio e dell’aggressività” che sembra prevalere nelle cronache di questi giorni.
Giustizia riparativa, funzione rieducativa della pena, trattamento più umano anche per criminali del calibro di Cutolo sono le domande aperte su cui la chiesa si interroga e che lasciano intravedere una stagione di impegno e di slancio verso quel mondo di scartati che papa Francesco ha sempre visto come persone piuttosto che come coloro che commettono reati.










