di Lorenzo Padovan
La Stampa, 31 marzo 2020
Per i detenuti nei Centri di permanenza per il rimpatrio non c'è la possibilità di ottenere il braccialetto elettronico. Il destino dei 380 ospiti delle varie strutture di questo tipo, disseminate sul territorio nazionale, è quasi sempre l'espulsione. Soltanto che in questo frangente nessuno Stato accetterebbe mai il rientro di un connazionale proveniente dall'Italia.
E comunque la pandemia ha bloccato, anche a livello amministrativo, l'esecuzione di tutti i provvedimenti, comprese le espulsioni e i rimpatri. Per questo dai Cpr arrivano, da giorni, notizie di inquietudini e proteste. Nella notte tra domenica e ieri la cinquantina di ospiti di quello di Gradisca d'Isonzo (in provincia di Gorizia), dove un paio di mesi fa, morì un cittadino georgiano, hanno appiccato 4 distinti incendi a materassi e suppellettili, per protestare contro le condizioni di detenzione in relazione al Coronavirus.
"Sono stati momenti delicati - ammette il prefetto di Gorizia, Massimo Marchesiello. I roghi dolosi sono stati spenti grazie al tempestivo intervento dei vigili del fuoco. È stato necessario mobilitare anche le forze dell'ordine, che hanno riportato la calma, senza che ci fossero persone ferite gravemente nel corso dei tafferugli o intossicate dal fumo".
Le proteste erano iniziate la settimana scorsa, dopo il primo contagiato tra i detenuti: "Il soggetto in questione, che era giunto dalla Lombardia, non era mai entrato in contatto con gli altri ospiti - precisa Marchesiello. Resta ancora in isolamento, pur senza sintomi. Stessa procedura è stata adottata per il personale e per i poliziotti che lo avevano incontrato e scortato durante il trasferimento: saranno monitorati fino a giovedì, quando terminerà il periodo di osservazione e potranno tornare in servizio".
Per gli ospiti dei Cpr italiani una speranza viene da una recente sentenza favorevole del Tribunale di Roma, che non ha considerato legittimo il trattenimento di uno straniero che aveva richiesto protezione internazionale. Per i giudici, "la privazione della libertà personale, in spazi ristretti, renderebbe difficoltoso garantire le misure previste a garanzia della salute dei singoli".
È proprio "l'emergenza sanitaria in atto" - come sottolinea la pronuncia - che "impone di interpretare in termini restrittivi" le norme contro l'immigrazione clandestina e limitative della libertà personale, rendendo necessario "operare un bilanciamento tra tali norme e il diritto alla salute costituzionalmente garantito a ogni persona".










