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di Alice Caputo

giornalelavoce.it, 27 agosto 2026

Il sindacato della polizia penitenziaria chiede di ricostruire l’intera catena della sicurezza, dalla vendita di accendini e cartucce di gas fino ai materiali presenti nelle celle. Gli incendi scoppiati all’interno delle carceri italiane aprono un nuovo fronte sul tema della sicurezza e delle responsabilità. Dopo gli episodi registrati negli istituti di San Vittore, Sassari, Pordenone, Viterbo, Alessandria e Ivrea, l’Osapp, Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria, ha deciso di chiedere accessi civici per approfondire quanto avviene prima, durante e dopo un’emergenza legata al fuoco. Al centro dell’iniziativa c’è la volontà di ricostruire l’intera catena delle decisioni che riguardano la prevenzione degli incendi negli istituti penitenziari, senza concentrare l’attenzione esclusivamente sull’operato degli agenti chiamati a intervenire quando le fiamme sono già divampate.

A sollevare la questione è Leo Beneduci, segretario generale dell’Osapp, che mette in evidenza quella che il sindacato considera una contraddizione nella gestione quotidiana delle strutture penitenziarie. Attraverso il cosiddetto sopravvitto, sostiene l’organizzazione, vengono venduti ai detenuti prodotti come accendini, fornelli e cartucce di gas, mentre all’interno delle stesse celle sono presenti materassi, lenzuola e altri materiali. “Accendini, fornelli e cartucce di gas vengono venduti dalle Direzioni delle carceri ai detenuti attraverso il sopravvitto. Nelle stesse celle ci sono materassi, lenzuola e altri materiali. Poi scoppia l’incendio e il poliziotto deve entrare nel fumo e arrangiarsi”, afferma Beneduci. È proprio da questo punto che parte la richiesta di approfondimento dell’Osapp. Il sindacato vuole capire quali siano le valutazioni effettuate dall’amministrazione sul rischio incendio e quali decisioni siano state prese a monte degli interventi degli agenti. Nel ragionamento dell’organizzazione, infatti, non basta ricostruire gli ultimi istanti di un’emergenza, quelli nei quali un appartenente alla polizia penitenziaria apre una cella, entra in un ambiente invaso dal fumo e cerca di mettere in salvo una persona. Occorre, secondo l’Osapp, verificare anche tutto ciò che ha preceduto quel momento.

“Vogliamo capire cosa c’è a monte prima di cercare responsabilità dei poliziotti a valle”, è la posizione espressa dal segretario generale. Il sindacato chiama quindi in causa l’intera organizzazione amministrativa che sovrintende al funzionamento degli istituti penitenziari. Nella ricostruzione indicata da Beneduci entrano le direzioni delle carceri, i Provveditorati e il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, insieme alle procedure che riguardano acquisti, capitolati, certificazioni, valutazione del rischio e scelte organizzative.

Per l’Osapp, proprio la presenza contemporanea di possibili fonti di innesco e di materiali che possono essere raggiunti dalle fiamme rende necessario approfondire la prevenzione adottata all’interno delle strutture. “Il rischio incendio non può essere considerato imprevedibile se la stessa Amministrazione autorizza la presenza di ciò che può accendere una fiamma e contemporaneamente fornisce ciò che quella fiamma può raggiungere”, sostiene Beneduci. La questione, precisa lo stesso segretario generale, non viene posta con l’obiettivo di sostituire una responsabilità con un’altra. L’Osapp sostiene invece la necessità di ricostruire il quadro nella sua interezza, valutando sia quello che accade nel momento dell’emergenza sia quanto è stato predisposto in precedenza per prevenire o gestire un eventuale incendio.

“Il punto non è togliere responsabilità a qualcuno per attribuirle a qualcun altro. L’obiettivo è ricostruire tutta la catena”, spiega Beneduci. Ed è proprio su questa catena che il sindacato intende concentrare gli accessi civici. Secondo l’Osapp, partire esclusivamente dal comportamento dell’agente intervenuto nella cella rischierebbe di offrire una lettura incompleta di quanto accaduto. “È troppo semplice cominciare dall’agente che apre la cella, entra nel fumo e tenta di salvare una vita. Prima di lui esistono direttori, Provveditorati e Dipartimento, esistono acquisti, capitolati, certificazioni, valutazione del rischio e scelte organizzative”, afferma ancora il segretario generale. Nella nota l’Osapp richiama esplicitamente gli episodi avvenuti a San Vittore, Sassari, Pordenone, Viterbo, Alessandria e Ivrea. Una successione di casi che, secondo il sindacato, dovrebbe portare a esaminare la gestione della sicurezza non soltanto nei singoli istituti, ma nell’apparato penitenziario nel suo complesso.

Beneduci sostiene inoltre che, dopo questi incendi, il Dap non avrebbe adottato i correttivi che il sindacato ritiene necessari. È anche su questo aspetto che l’organizzazione punta a ottenere documentazione e chiarimenti attraverso le proprie iniziative. Le istanze non sono state indirizzate soltanto all’amministrazione. L’Osapp ha infatti comunicato di averle inviate anche alle Procure competenti, chiedendo che negli approfondimenti sugli incendi venga presa in considerazione anche la gestione precedente agli episodi. “Vogliamo che insieme a ciò che ha fatto l’agente negli ultimi secondi si sappia anche cosa aveva fatto l’Amministrazione negli anni, nei mesi e nei giorni precedenti”, conclude Beneduci.

La richiesta del sindacato sposta dunque l’attenzione dagli istanti immediatamente successivi allo scoppio di un incendio alla più ampia organizzazione della sicurezza negli istituti penitenziari. Al centro restano le condizioni nelle quali gli agenti sono chiamati a intervenire e le misure predisposte dall’amministrazione per affrontare un rischio che, secondo l’Osapp, deve essere valutato considerando l’insieme dei materiali e delle dotazioni presenti nelle celle. Ora, attraverso gli accessi civici e le istanze trasmesse alle Procure, il sindacato punta a ottenere gli elementi necessari per ricostruire cosa sia stato predisposto a livello amministrativo e organizzativo nei casi citati, da Ivrea e Alessandria fino agli istituti di San Vittore, Sassari, Pordenone e Viterbo.