sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giovanni Bianconi

Corriere della Sera, 9 luglio 2025

Il tribunale dei ministri di Roma ha concluso l’indagine sul caso della mancata consegna del generale libico Almasri alla Corte penale internazionale: la capo di gabinetto di Nordio era al corrente da subito di quanto stava avvenendo, e diede indicazioni di non lasciare tracce: “Niente mail né documenti protocollati”. Il Tribunale dei ministri della Capitale ha concluso l’indagine sulla mancata consegna del generale libico Najeem Osama Almasri alla Corte penale internazionale da parte del governo italiano, e sta per consegnare le sue decisioni: archiviazione o richiesta di rinvio a giudizio per uno o più membri del governo finiti sotto inchiesta, che sono la premier Giorgia Meloni, il sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e quello dell’Interno Matteo Piantedosi, inquisiti per favoreggiamento, peculato, e - il solo Guardasigilli - omissione d’atti d’ufficio.

Proprio sul ruolo di Nordio s’è concentrata la maggior parte dell’attività d’indagine, e tra le carte acquisite dalle tre giudici che compongono il collegio c’è il carteggio tra i funzionari del ministero che (nelle ore successive all’arresto di Almasri, tra l’alba di domenica 19 gennaio e la sera di martedì 21) ha portato il ministro della Giustizia a non firmare l’ordine d’arresto per il miliare libico ricercato dalla Corte dell’Aia e il suo collega Piantedosi a espellerlo mettendolo su un aereo di Stato diretto a Tripoli. Come richiesto dal governo libico. In quelle carte c’è il riscontro che fin dal primo pomeriggio di domenica la capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, sapeva ciò che stava avvenendo, e diede le indicazioni ai magistrati del Dipartimento degli affari di Giustizia di parlarsi con cautela. Preoccupandosi di non lasciare troppe tracce.

Nel primo pomeriggio di quel giorno, quando Almasri era stato fermato da poche ore dalla Digos di Torino, l’allora capo del Dag, Luigi Birritteri (poi dimessosi e rientrato in ruolo), scrisse a Bartolozzi una mail per indicare la mancanza dell’autorizzazione all’arresto del ricercato, attivandosi per trovare il modo di convalidare il fermo e procedere alla consegna di Almarsi. Meno di un’ora dopo, Bartolozzi rispose di essere già informata. Raccomandando prudenza: “Massimo riserbo e cautela” nel passaggio delle informazioni, e utilizzo di Signal, un sistema che assicura maggiore riservatezza nelle comunicazioni, senza mail né carte protocollate. È un indizio preciso che già dalla domenica non solo il suo braccio operativo, ma presumibilmente anche il ministro, sapesse già tutto. E il governo, verosimilmente con la regia del sottosegretario Mantovano, stava già studiando una via d’uscita.

Nella sua relazione al Parlamento del 5 febbraio scorso, Nordio disse che la domenica giunse solo “una comunicazione informale di poche righe, priva di dati identificativi”, e che solo l’indomani, lunedì 20, il procuratore generale di Roma “trasmetteva il complesso carteggio”. In realtà già dal pomeriggio di domenica il magistrato di collegamento presso l’ambasciata italiana in Olanda aveva inviato sulla piattaforma Prisma l’atto d’accusa dei giudici dell’Aia con gli allegati. La capo di gabinetto ha sostenuto di aver aperto quella piattaforma solo il lunedì, ma il messaggio inviato domenica dimostra cha in realtà il giorno prima era stata avvisata e si era anche attivata per non protocollare le comunicazioni interne all’ufficio.

Dopo Birritteri e gli altri funzionari, anche Bartolozzi è stata ascoltata come testimone dal Tribunale dei ministri, e quando saranno depositati gli atti insieme alle conclusioni del collegio si potrà sapere che cosa ha risposto su quella mail. Così come il motivo per cui l’atto preparato dagli stessi tecnici del Dag per “sanare” il vizio rilevato sul mandato dell’Aia e confermare l’arresto di Almasri, per sottoporlo alla firma del ministro, non ha avuto seguito. Le giudici del Tribunale avevano convocato Nordio per interrogarlo nella sua veste di indagato, ma il Guardasigilli non s’è presentato adducendo altri impegni. Dopodiché l’avvocata Giulia Bongiorno (che difende tutti i membri del governo finiti sotto inchiesta) aveva suggerito di ascoltare Mantovano anziché il ministro della Giustizia. Ora si attendono le conclusioni del Tribunale.