La Repubblica, 4 febbraio 2026
Il mensile diretto da Duccio Facchini sull’economia solidale e la cooperazione internazionale, dedica la sua copertina di febbraio a una inchiesta, firmata da Luca Rondi, sul collasso della polizia penitenziaria. Si parla tanto di “una nuova Giustizia”, per citare l’ultimo libro pubblicato a gennaio dal ministro Carlo Nordio sul tema del referendum, c’è scritto nel sommario della rivista, ma oltre la propaganda restano i problemi delle condizioni di vita dei detenuti nelle carceri e la complicata situazione lavorativa degli agenti della Polizia penitenziaria. Nei 189 istituti italiani la situazione è infatti al collasso e a subirne le conseguenze non sono solo i 63.499 detenuti - contati fino al 31 dicembre 2025, ben 12.222 in più della capienza regolamentare - ma anche gli agenti della Polizia penitenziaria operativi che erano 30.054 nel 2024 a 29.811 nel 2025: 243 unità in meno.
Ma il problema non è solo quantitativo. Quando nel 1990 la polizia penitenziaria è stata smilitarizzata, l’idea alla base era quella di istituire un corpo civile fatto di agenti di prossimità che svolgessero, sì, un compito di sicurezza, ma soprattutto un’attività di contatto con i detenuti. Un ruolo che sempre di più viene rinnegato come dimostra la formazione impartita ai nuovi agenti.
Più ore a insegnare agli agenti come difendersi che alle discipline relazionali. Nel corso iniziato a gennaio 2026, ad esempio, le “attività addestrative” pesano per il 40% sull’ammontare totale delle ore (592) a fronte dell’11% dedicato alle “discipline relazionali-criminologiche”: significa appena dieci ore di “mediazione culturale e fenomeni migratori”, otto per “tecniche di comunicazione applicata alle funzioni di polizia” e quattro per “prevenzione, riconoscimento e gestione del disagio dell’operatore di polizia” contro 36 dedicate alle tecniche di difesa personale, 54 all’addestramento all’uso delle armi e 12 per tecniche di protezione e ordine pubblico.
A Vigevano l’esperienza teatrale con gli agenti: abituati a usare la forza. Uno sbilanciamento toccato con mano da Mimmo Sorrentino regista che nel 2024 ha realizzato un percorso di teatro partecipativo con gli agenti in servizio all’interno del carcere di Vigevano (PV). “Spesso si sentono impotenti di fronte ai detenuti - racconta - sono stati educati a risolvere i problemi con la forza ma gli è chiarissimo che davanti a un detenuto che ingoia una pila o si taglia, della forza non te ne fai proprio niente. Non hanno quindi una formazione adeguata per affrontare le criticità”.
Il periodo di formazione più breve tra le forze dell’ordine. Ai temi trattati si aggiunge il problema della durata del corso: rispetto alle altre forze di polizia la penitenziaria è quella che ha un periodo di formazione più breve, ridotto da un anno negli anni Novanta a quattro mesi con il Governo Meloni nel 2023. Non solo. Anche le ore previste di visita in istituto sono state ridotte da 72 a 24 nel 2026. Tre giorni in cui gli agenti vanno in visita, in gruppi di 20-30 in una struttura, “significa nei fatti che quando prendono servizio non hanno idea di che cosa sia un carcere”, spiega un docente di una delle sette scuole che si occupano della formazione in Italia.
Molti lasciano l’incarico, ma non si sa quanti sono: pesano quei 79 suicidi. Il ministero della Giustizia ha negato più volte i dati richiesti. Chi resta invece si trova a scontrarsi con una realtà in cui nel 2025 su 238 decessi totali, 79 sono stati suicidi.
Diverse carceri sono piazze di spaccio. C’è poi un’altra spia che mostra la salute precaria della polizia penitenziaria, scrive ancora Luca Rondi. Racconta infatti un funzionario che vuole rimanere anonimo: “Diverse carceri sono oggi purtroppo delle piazze di spaccio molto redditizie. Così infermieri, medici, poliziotti che guadagnano poco rischiano di essere facilmente ricattabili. Una dinamica di corruzione è aumentata ed è sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono guardare”.
I reati più frequenti della Polizia penitenziaria. Altreconomia ha provato a quantificare questa tendenza chiedendo tramite accesso civico generalizzato al ministero della Giustizia i dati relativi agli agenti finiti sotto procedimento penale dal 2023 a metà luglio 2025. Se si prendono i rinvii a giudizio e le sentenze (definitive e non) compaiono più volte i reati contro la Pubblica amministrazione (187) rispetto a quelli contro la persona (152). Tra i primi cinque più ricorrenti in assoluto troviamo lesioni personali (39), falso (32), produzione e traffico di stupefacenti (27). E poi la tortura (19). Nei primi sei mesi del 2025 i reati più contestati agli agenti (comprese le misure cautelari) sono stati peculato, corruzione o agevolazione dei detenuti.
Le domande da porsi, oltre la separazione delle carriere. Insomma il carcere malato - si legge nell’inchiesta di Luca Rondi - rischia di “risucchiare” anche chi dovrebbe garantire legalità e sicurezza al suo interno. La domanda da porsi è quindi semplice: come ‘mettiamo a terra’ a fronte di celle che ‘scoppiano’ l’articolo 27 della Costituzione? Che cosa vuol dire rieducare in questo contesto? Come si pensa di farlo? Rispondere a queste domande oggi è la priorità. Altro che separazione delle carriere.











