di Riccardo Mazzoni
Il Tempo, 29 novembre 2019
Gli errori: abolizione del finanziamento pubblico, traffico d'influenze e autoriciclaggio. Il ciclone che sta investendo dalle fondamenta le strutture politiche del renzismo ha riaperto il dibattito sull'interventismo delle procure, sulle modalità di finanziamento ai partiti e sul ruolo del populismo nella deriva giudiziaria della nostra democrazia.
Per la prima volta, sta vacillando anche a sinistra il mantra secondo cui bisogna avere, sempre e comunque, "fiducia nella magistratura". Renzi, ad esempio, ha detto che quanto accaduto alla Fondazione Open, con le centinaia di perquisizioni scattate all'alba, costituisce "un vulnus clamoroso nella vita democratica del Paese", aggiungendo che chi non reagisce oggi accetta che si metta in discussione il principio della separazione dei poteri e "lascia che siano i magistrati a decidere che cosa sia un partito e che cosa no".
Concetti, questi, sicuramente condivisibili, anche perché il collateralismo delle fondazioni politiche ai partiti non è certo una novità, e probabilmente neppure un reato: utilizzare una fondazione per raccogliere finanziamenti da impiegare nell'attività politica, invece che finanziare direttamente un partito, è infatti una tecnica (finora) legale a cui negli anni non è certo ricorso solo Renzi.
E comunque la legge spazzacorrotti che, per volere di Bonafede e con l'assenso della Lega, ha equiparato fondazioni, associazioni e comitati politici ai partiti, è entrata in vigore un anno fa, quindi dopo lo svolgimento dei fatti oggetto dell'inchiesta fiorentina.
Una legge che - a parte l'aberrazione dello stop alla prescrizione dopo il primo grado di giudizio - lancia un autentico "fumus" di sospetto su chiunque svolga attività politica, tanto da prevedere che basti la presenza nel comitato direttivo della fondazione di una persona eletta nei dieci anni precedenti, anche solo come consigliere comunale, per etichettarla come "politica" ed equipararla alla disciplina di un partito.
Oggi si riscopre dunque che il problema del finanziamento dei partiti - e quindi della democrazia - esiste, e che se dopo quello pubblico la magistratura criminalizza anche quello privato, si entra in un vicolo cieco, perché è dimostrato che non esiste democrazia senza partiti. Ma a Renzi, e più in generale a una classe politica imbelle, va ricordato il vecchio proverbio secondo cui chi è causa del suo mal pianga sé stesso.
L'abolizione del finanziamento pubblico fu infatti voluta nel 2013 dal governo Letta, ma campeggiava anche nel programma elettorale di Forza Italia, e quando il premier nel discorso d'insediamento scandì che "tutte le leggi sui rimborsi elettorali introdotte dal 1994 ad oggi sono state ipocrite e fallimentari, non rimborsi ma finanziamento mascherato" riscosse il plauso generale.
E ancora oggi c'è il sacro terrore di affermare che forse quell'abolizione tout court è stata un errore: a parte Ugo Sposetti, che sulla questione si è sempre espresso con cruda chiarezza, ci ha provato il tesoriere del Pd Zanda, ma è stato quasi linciato dalla furia anticasta.
Quella stessa furia che ha portato prima all'introduzione del traffico illecito di influenze, una fattispecie di reato talmente indeterminata da consegnare potenzialmente ogni politico nelle mani della discrezionalità di un magistrato, e poi all'autoriciclaggio, una norma tesa a colpire l'occultamento dei proventi criminali, ma che per la sua vaghezza consente a qualche pm spregiudicato di estenderla anche a chi finanzia attività politiche.
Non ci si deve quindi meravigliare tanto dei magistrati che usano la giustizia come arma politica, perché è una storia che va avanti da un quarto di secolo, tanto della politica che ha fornito ai magistrati un numero impressionante di armi improprie per essere colpita e delegittimata.










