di Carlo Bonini
La Repubblica, 30 aprile 2021
La crisi di legittimazione della magistratura rischia di conoscere un avvitamento senza ritorno. L'Italia non può permettersi la giustizia dei corvi. Chi pensava che le convulsioni della magistratura italiana e la compromissione del suo organo di autogoverno, degli interna corporis delle sue correnti, avessero conosciuto il loro acme con il caso Palamara, si sbagliava. Perché ora, in una formidabile nemesi, una nuova inchiesta, che coinvolge tre Procure (Milano, Perugia e Roma), torna a illuminare il demone che se ne è impadronita e la guerra per bande che la percorre.
E questa volta il profilo del Cavaliere Nero è quello di chi, nel tempo, si è proposto come vestale della sua integrità. Piercamillo Davigo, già simbolo di Mani Pulite, già magistrato di Cassazione, già presidente dell'Anm, già consigliere del Csm e leader della corrente "Autonomia e Indipendenza". Soprattutto, interprete e custode di una cultura inquisitoria del processo penale e dei suoi istituti che ne hanno fatto il campione di un giustizialismo declinato nella sua forma più ideologica.
Come raccontiamo nelle nostre pagine, Piercamillo Davigo, nella primavera del 2020, raccoglie irritualmente un plico di verbali segretati della Procura di Milano dalle mani del magistrato che quei verbali aveva redatto, il sostituto procuratore Paolo Storari. In quelle carte, che vorrebbero essere il compendio della confessione di Piero Amara, opacissimo e potentissimo "facilitatore" a gettone per piegare la giustizia agli interessi di altrettanti oscuri centri di potere, è, a ben vedere, un cocktail velenoso, dove il confine tra il vero e il falso si fa evanescente. Ma certamente in grado di disassare o comunque mettere politicamente sotto scacco l'allora presidente del Consiglio Giuseppe Conte, fulminare esponenti della magistratura e delle istituzioni, il vertice della Guardia di Finanza, iscrivendole in una fantomatica loggia massonica dal nome "Ungheria" che avrebbe allungato i suoi tentacoli nella giustizia amministrativa, penale, nello stesso Csm.
Il pm Storari è convinto che il Procuratore capo di Milano, Francesco Greco, stia illegittimamente ritardando le iscrizioni nel registro degli indagati di quanti Amara ha chiamato in causa. Se ne lamenta con Davigo. E, irritualmente, Davigo - stando al racconto di Storari - investe (non è dato sapere in che misura) di quel conflitto tra magistrati l'ufficio di presidenza del Csm.
D'incanto, quei verbali, di cui Davigo ha copia, che dovrebbero essere segreti e la cui sottrazione la Procura di Milano ignora, cominciano una loro circolazione "extracorporea". Quelle informazioni messe a verbale, che devono ancora essere valutate nella loro consistenza (e che, quando lo saranno, non reggeranno alla prova dei fatti), diventano carburante per un commercio clandestino di informazioni riservate all'interno del Csm.
E, nell'autunno del 2020, in curiosa coincidenza con l'uscita di Davigo dal Consiglio per limiti d'età, dalla sua segreteria, in buste anonime, prendono la strada delle redazioni dei quotidiani. Che, tranne un caso, non pubblicheranno. Non fosse altro perché quelle carte hanno l'odore e la provenienza proprie della polpetta avvelenata.
Tra l'autunno del 2020 e il gennaio scorso, per quasi cinque mesi, in un passaggio cruciale della vita politica del Paese - la crisi del Conte2 e la formazione del governo Draghi - il Csm è diventato dunque il cuore di un'operazione, insieme, di intossicazione e resa dei conti. Che doveva evidentemente orientare le scelte del Procuratore di Milano, mettendolo sotto pressione, e magari condizionare la corsa alla sua successione, spaventare i vertici della Finanza, mettere sull'avviso il sistema di relazione di cui l'avvocato Amara è il fulcro. Uno spettacolo in cui nessuno dei magistrati protagonisti, in nessun passaggio, sembra fare la sola cosa giusta, limpida. Disinnescare cioè quella bomba a orologeria che, prima ancora che un'inchiesta abbia messo un punto, il pm Storari e il consigliere Davigo hanno depositato nel cuore dell'organo di autogoverno della magistratura.
Si annunciano giorni orribili. Per il Csm, per la magistratura italiana, la cui crisi di legittimazione rischia di conoscere un avvitamento senza ritorno. Perché un Paese che promette all'Europa una riforma del suo sistema giudiziario in grado di sostenere lo sforzo del Recovery non può permettersi la giustizia dei corvi.











