di Valeria Vantaggi
Vanity Fair, 11 dicembre 2024
Storie di riscatto, progetti formativi per ripartire una volta scontata la condanna: dal teatro alla pasticceria, le cooperative cercano di creare un ponte tra gli istituti penitenziari e il mondo fuori. Ma c’è ancora tanto da fare. “Non si mettono lì le persone da buttare, il carcere non è una discarica. Il diritto di un percorso rieducativo assicurato dall’articolo 27 della Costituzione (“Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”, ndr) è un dovere. La detenzione non può essere concepita esclusivamente come una punizione: in qualche modo, all’individuo recluso deve essere data un’altra occasione di vita”, racconta Pino, finito nella prigione di Alessandria, con una condanna a cinque anni per reati finanziari: “E pur mettendo in campo tutte le migliori intenzioni, non è comunque semplice: qualsiasi cosa tu faccia vieni sempre giudicato, rimani marchiato. Per fortuna oggi, che ho la semilibertà, lavoro nel ristorante-bistrot Fuga di sapori in centro città, e questo mi dà speranza”.
A volerlo, quel locale, è stato Carmine Falanga, presidente della cooperativa Idee in Fuga, che dal 2020 promuove attività di formazione e lavoro all’interno delle carceri alessandrine. Negli anni si è inventato qualunque cosa: dalla produzione di miele (il miele Galeotto) a quella delle birre (dalla Pentita alla Skizzata), ha aperto poi un laboratorio di falegnameria e un luppoleto, tutto per coinvolgere i detenuti e gli ex detenuti, che quando escono sono frastornati: “Non hanno più alcun riferimento”, spiega Falanga, “e la recidiva è altissima: dopo un anno dalla messa in libertà, tra il 70 e l’80 per cento torna in carcere”.
Sono spesso le cooperative che si occupano di creare un ponte tra le case circondariali e il mondo là fuori. È quello che fa, per esempio, Work Crossing, presieduta da Matteo Marchetto, un trevigiano di 53 anni: “Abbiamo messo in piedi, all’interno del penitenziario di Padova, un laboratorio di pasticceria. Il nostro marchio si chiama Giotto e qui lo conoscono tutti. Cinque maestri pasticcieri e una psicologa guidano una squadra di 50 detenuti. Come funziona? Dopo una selezione, c’è un tirocinio a cui, se tutto va bene, segue un’assunzione, con regolare contratto e stipendio”. Tra brioche, panettoni e colombe, in un anno escono da quei laboratori tonnellate di dolci di altissima qualità: “Non pasticcini qualunque, ma dolci eccelsi”, ci tiene a precisare Matteo Marchetto, “così che queste persone possano capire che non solo sono capaci di fare qualcosa di buono, ma addirittura di eccezionale”.
Ci si muove però sempre su una corda tesa sul baratro. Michele sa com’è quella sensazione di vertigine, c’è passato: “Dopo tanti anni di reclusione, una volta tornato in libertà, devi ricostruirti”, spiega lui, che, insieme al suo ex compagno di cella Massimiliano, ha fondato All’opera, una cooperativa che in Veneto dà lavoro a chi è uscito di prigione e a chi sta scontando pene alternative: “Data entry, smontaggi, packaging o qualsiasi altra cosa sia, si comincia a riavvicinarsi al mondo del lavoro, con le sue regole da rispettare, gli orari e le gerarchie.
All’inizio chiediamo al titolare dell’azienda che ci dà la commessa di non spargere la voce sull’identità del nuovo impiegato perché bisogna conquistare la fiducia dei colleghi oltre che di sé stessi: anche se hai pagato il tuo debito con la società, ti senti sempre in difetto nei confronti del prossimo e ci vuole tempo per riprendere le misure, per far fronte a tutti gli stimoli che arrivano, a quell’aria a cui non si è più abituati. Il reinserimento richiede pazienza”.
Il timore maggiore che hanno i detenuti è l’ipervisibilità, come se tutti piantassero gli occhi su di loro, inchiodandoli ai pregiudizi. “Io, dopo 10 anni, sono uscito dal carcere nel 2017, però tutt’oggi la polizia penitenziaria mi tratta comunque sempre da ex detenuto. Purtroppo è il sistema stesso che non vuole rompere il muro”: Cristian Loor Loor, equadoregno, fondatore della cooperativa Catena in movimento 2.0 di Trezzano sul Naviglio, quel muro se l’è rotto da solo. Quand’era in carcere ha avviato un progetto di sartoria e pelletteria, che oggi è diventato un laboratorio che coinvolge chi ancora sta scontando una pena: “All’inizio non avevamo nessuno spazio a disposizione, ci mettevamo in corridoio, fuori dalle celle, a lavorare per terra. Solo dopo abbiamo conquistato una saletta e siamo riusciti a strutturarci.
È il detenuto stesso che deve porsi come soluzione laddove ci sia la disponibilità di un funzionario istituzionale pronto ad aiutarti, cosa che accade più frequentemente nelle carceri del Nord Italia. Devi contare sul fatto che a un certo punto capiterà di incontrare una persona empatica, di buona volontà, che sia un prete o un educatore. Io non avrei fatto nulla senza Simona Gallo, la funzionaria della’ rea giuridico-pedagogica di Bollate, che fa molto più di quello che il suo ruolo le chiederebbe”.
E così oggi “Catena in movimento 2.”0, oltre che a Bollate, opera anche nel carcere di Monza: ogni tanto fanno dei mercatini, altrimenti prendono commissioni, anche da privati, tramite email. Creare connessioni tra il dentro e il fuori è prezioso, per non dire indispensabile: paradigmatico il Teatro Puntozero Beccaria, che, posto all’interno del carcere minorile di Milano, è però accessibile anche dall’esterno: “Da quando questo teatro gode di un doppio ingresso, ed è classificato come locale di pubblico spettacolo, abbiamo la possibilità di far incontrare qui i ragazzi che ancora sono sottoposti a provvedimenti penali con la cittadinanza che viene da fuori”, spiega Lisa Mazoni, attrice, direttrice e fondatrice, insieme a Giuseppe Scutellà, dell’associazione no profit.









