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di Marco Perduca

Il Riformista, 29 marzo 2022

L’Italia spesso si definisce “culla del diritto” ma nel dibattito pubblico che accompagna la guerra in Ucraina, forse perché più televisivo che intellettuale, lo Stato di Diritto e gli obblighi internazionali raramente vengono chiamati in causa. Sono passati quasi 24 anni da quando l’Italia ha ospitato una conferenza diplomatica per l’adozione dello Statuto della Corte Penale Internazionale (CPI) che porta il nome della nostra capitale, un trattato fortemente voluto dalla maggioranza degli Stati dell’Onu per porre fine all’impunità individuale per crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità e, dal 2010, per l’aggressione.

“Se gli attacchi sono diretti intenzionalmente contro la popolazione civile è un reato. Se gli attacchi sono diretti intenzionalmente contro obiettivi civili è un reato. Non ci sono giustificazioni legali per attacchi indiscriminati o sproporzionati contro la popolazione civile”. Con queste parole Karim Khan, procuratore della CPI, ha aggiornato pubblicamente quanto il suo ufficio sta facendo per documentare le violazioni del diritto umanitario internazionale (le regole della guerra) in Ucraina.

Lo Statuto di Roma è entrato in vigore 20 anni fa ma l’Italia, tra i primissimi a ratificarlo, ancora non ha terminato l’adeguamento dei propri codici agli impegni previsti, specie per il crimine dell’aggressione, e forse non sorprende che chi in passato ha manifestato simpatie putiniane stia facendo di tutto per ritardare l’adeguamento. Non ci sono dubbi sulla dinamica dell’inizio della guerra e i suoi “motivi”, documentare come questa si stia sviluppando potrà contribuire a poter assicurare alla giustizia internazionale chi l’ha decretata e chi la sta organizzando sul campo provocando migliaia di vittime civili e distruzione di obiettivi civili.

Il 16 marzo scorso Khan ha incontrato di persona in Ucraina Dmytro Kuleba, Ministro degli Affari Esteri e Iryna Venediktova, Procuratrice Generale dell’Ucraina e virtualmente anche il Presidente Zelensky per “ampliare la collaborazione con tutte le autorità nazionali competenti in modo da poter garantire che le violazioni del diritto internazionale siano indagate a fondo”. Le indagini richiedono il coinvolgimento di chi può avere informazioni rilevanti: testimoni, sopravvissuti e le comunità colpite, per raccogliere quanto più materiale possibile è stato lanciato un portale dedicato in ucraino e russo sul sito della Corte.

Purtroppo c’è una lacuna: la CPI non può indagare sul crimine di aggressione a meno che questa non sia deferita dal Consiglio di sicurezza dell’ONU. La Russia, in quanto membro permanente del Consiglio e con diritto di veto, non mancherebbe di esercitarlo in propria difesa. Qualche giorno fa un gruppo di personalità ha lanciato la proposta di un Tribunale ad hoc per i crimini commessi in Ucraina (uno Stato che non riconosce la giursdizione della Corte), tra loro l’ex primo ministro britannico Gordon Brown, il ministro degli esteri ucraino Kuleba, il professore Philippe Sands, l’ex procuratore di Norimberga Benjamin Ferencz, Nicolas Bratza, ex presidente della Corte europea dei diritti umani. Sarebbe una giurisdizione da istituire al di fuori del sistema delle Nazioni unite ma che farebbe tesoro delle indagini in corso e del contributo di varie organizzazioni non-governative già attive per quello.

Anche la ministra Marta Cartabia ha sottolineato che “i ministri della Giustizia europei hanno reagito prontamente in modo coordinato e coeso nei confronti della grave aggressione che si sta verificando in Ucraina [...] esprimendo determinazione a non lasciare nessuna zona di impunità e rafforzare la cooperazione fra di loro soprattutto nell’ambito di Eurojust”.

A queste buone intenzioni devono però seguire fatti concreti: occorre rafforzare i finanziamenti nazionali alla CPI e chiedere che altrettanto faccia la Commissione europea, occorre che l’Italia completi l’adeguamento dei propri codici per il pieno rispetto del Trattato di Roma e modifichi il proprio ordinamento affinché, come avviene altrove in Europa, si possa invocare la giurisdizione universale in caso di crimini come quelli che si commettono in Ucraina. Occorre infine approfondire la perseguibilità di un Tribunale ad hoc. Il Belpaese, che ritiene di essere la culla del diritto - anche se la Corte europea sui diritti umani ha avuto spesso da eccepire - deve cogliere l’occasione di una guerra che non avremmo mai pensato di veder accadere nel Terzo Millennio per fare quanto necessario perché l’impunità non continui a essere l’unico sbocco per i criminali di guerra.