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di Benedetta Frucci

Il Tempo, 11 aprile 2022

Per capire come la magistratura in Italia abbia assunto sempre più potere, più che dentro le procure, si dovrebbe volgere lo sguardo alla politica. Il teatrino della riforma Cartabia non è altro, infatti, che un film già visto: si parte da dichiarazioni di garantismo roboante e si finisce con il partorire un topolino.

Un topolino che, per certi versi, rafforza ancora di più Io strapotere correntizio. Fatto ancora più grave, se si pensa che questa riforma arriva dopo che, grazie alle rivelazioni di Palamara, i nodi sono venuti al pettine ormai da tempo. Sarebbe interessante ed estremamente chiarificatore, quindi, se la ministra, assieme a quei partiti che esultano per la mediazione raggiunta, rispondesse per noi a qualche questione.

In primo luogo, dovrebbe spiegarci come il sorteggio dei collegi andrebbe a limitare lo spazio di manovra delle correnti, quando è evidente che il magistrato candidato in un collegio distante territorialmente dal proprio ufficio giudiziario, necessiterebbe del sostegno politico dell’apparato correntizio per poter essere eletto, a meno che non si tratti di uno di quei magistrati celebri per le inchieste roboanti che finiscono sulle prime pagine dei giornali. Eppure, le soluzioni più efficaci sono sotto la luce del sole: il sorteggio temperato dei componenti del Csm; o, in subordine, un sistema proporzionale puro, che garantirebbe quanto meno la rappresentanza.

In secondo luogo, sproposito delle pagelle ai magistrati, dovrebbe spiegarci come non sì sia resa conto di un fatto evidente: per ottenere il massimo della valutazione, “ottimo”, il magistrato avrà ancora una volta bisogno del sostegno correntizio. Qualora poi, un giudice coraggioso, volesse assolvere l’imputato sgradito alle toghe rosse, potrebbe avere diverse remore a farlo, perché inimicandosi le correnti, potrebbe vedersi valutato con “buono” o “sufficiente”.

In terzo luogo, potrebbe chiarirci la questione delle indennità: durante il Governo Renzi, fra le polemiche, fu fissato un tetto a 240 mila euro per gli stipendi nella pubblica amministrazione. Ovviamente la regola sembra non valere per quei magistrati che sono chiamati dalla politica a lavorare negli uffici ministeriali: accade infatti che essi possano, agevolmente, percepire la doppia indennità, superando quindi quel famoso tetto de facto.

Anche qui, via Arenula si oppone a qualunque intervento. Come mai? In quarto luogo, potrebbe illuminarci sul perché si sia opposta al divieto di ritorno in magistratura di quei giudici che hanno ricoperto il molo di capi di gabinetto: verranno, infatti, collocati fuori ruolo solo per un anno. Di fatto, a pensar male, si è creata una corsia preferenziale per quei magistrati che, negli uffici ministeriali, stanno scrivendo materialmente la riforma, in pieno conflitto d’interesse.

Perché il nodo dei fuori ruolo è proprio questo: mentre un magistrato eletto in parlamento è riconoscibile e noto, un tecnico agisce per la natura stessa delle sue funzioni nell’ombra, pur essendo legato ai partiti che lo chiamano a ricoprire quel ruolo esattamente quanto un eletto. E in un parlamento sempre più depotenziato, è chiaro come il potere di un tecnico superi quello di un parlamentare nella possibilità di incidere sulle norme.

Infine, c’è una questione spinosa e poco chiara che riguarda gli anni di permanenza in funzioni direttive o semidirettive per quei magistrati che aspirino a partecipare a un concorso per il conferimento di un nuovo incarico. Attualmente, la norma prevede che siano necessari 4 anni di permanenza. La proposta Bonafede ne prevedeva 5. Quella Cartabia, alza il numero a 6.

Una scelta inspiegabile apparentemente, a meno che non la si legga tenendo conto che tale innalzamento permetterà di tagliare fuori alcuni candidati, che, magari, ambiscono alla procura di Napoli o a quella di Firenze, un’aspirazione che si sussurra abbia, fra gli altri, Nicola Gratteri.