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Gazzetta del Sud, 30 marzo 2011

“Mio marito deve scontare la pena in vita, non morire in carcere. Chiedo alle istituzioni preposte di attivarsi affinché venga trasferito in una struttura ospedaliera consona per curare i gravi sintomi che lo affliggono”. Lo ha dichiarato Aurelia Strangio, moglie di Giuseppe Nirta, alias “Charlie”, detenuto in regime di 41 bis presso la casa circondariale de L’Aquila, ribadendo quanto ha scritto in una lettera aperta inviata agli organi di stampa nei giorni scorsi.
Aurelia Strangio, alla presenza del legale di fiducia avv. Vincenzo Muscoli, è voluta ritornare sulle condizioni fisiche del marito, che si trova recluso sia perché deve scontare una pena per traffico di sostanze stupefacenti sia perché accusato, insieme al cognato Sebastiano Strangio ed a Sebastiano Nirta, di essere uno dei presunti autori materiali della strage di Duisburg, rilevando che le istanze presentate “non hanno ricevuto la giusta considerazione”. La moglie di Nirta racconta che “ogni giorno ricevo da Giuseppe lettere in cui mi scrive delle sue condizioni di salute, di come non riesce neanche ad uscire nell’ora d’aria se non è accompagnato e, anche quando andiamo a colloquio, è stranito e il colore della sua pelle diventa sempre più giallo, tanto che non ho voluto mostrare le sue foto ai nostri quattro figli per non farli spaventare”. La signora Strangio, infine, chiede alle istituzioni preposte di concedere al marito la possibilità di recarsi in una clinica di Milano per essere curato: “Non è concepibile far soffrire una persona in queste condizioni”.
L’avvocato Vincenzo Muscoli, da parte sua, insiste sulle conclusioni alle quali sono pervenuti diversi medici, tra cui quelli dell’ospedale San Salvatore de L’Aquila, che hanno diagnosticato una grave forma di gastroenterite, anche se la causa scatenante non è stata ancora accertata, tanto che il legale rileva che le cure alle quali è sottoposto Giuseppe Nirta potrebbero essere inadeguate. “Credo sia opportuno si arrivi al più presto a sostituire il regime carcerario del mio assistito - ha concluso l’avvocato Muscoli - con quello, più adeguato, delle cure mediche presso una struttura ospedaliera esterna al carcere”.