di Antonio Armellini
Corriere della Sera, 13 gennaio 2015
Stretta fra l'imbarazzo di un capo d'accusa ancora da formulare e a dir poco fragile, e le pressioni di chi anche a Delhi vorrebbe mettere la parola fine a questa storia, la Corte Suprema indiana con un ennesimo espediente procedurale ha rinviato l'esame del caso a mercoledì.
Ha perpetuato così un'agonia sempre più insopportabile, mentre la soluzione rimane avvolta nella nebbia. Oltretutto, mercoledì il permesso accordato a Massimiliano Latorre sarà scaduto: dovrebbe essere automaticamente rinnovato in attesa della decisione sul ricorso dell'Italia, ma il giudice su questo punto è rimasto silente.
Diversamente da quanto si è sentito e letto da noi, l'opinione pubblica indiana non è per nulla mobilitata intorno alla vicenda dei marò: l'attenzione è modestissima e l'informazione è altrettanto scarsa. I pochi media che ogni tanto ne parlano, lo fanno in maniera marginale riportando qualche "velina" che lascia perlopiù indifferenti.
Stando a quanto si dice in alcuni ambienti a Delhi, il primo ministro Modi avrebbe lasciato intendere in più occasioni di volersi fare carico del problema e dipanare la matassa, prima che i rapporti con l'Italia raggiungano un livello di tensione del tutto sproporzionato alla sostanza del contendere. Le prime mosse avrebbero incontrato più difficoltà del previsto e, a questo punto, il governo indiano sarebbe a corto di idee, in attesa che anche da parte italiana vengano avanzate proposte nuove e sostenibili.
Il tutto è reso più complicato dal fatto che la Corte Suprema, che avrebbe dato in passato segnali di flessibilità, ha chiaramente irrigidito le sue posizioni. La nomina del nuovo presidente proveniente dal Kerala ha prodotto, come era stato largamente previsto, un effetto negativo per Salvatore Girone e Massimiliano Latorre.
Il problema è che quella dei marò è una crisi asimmetrica: di scarso rilievo per gli indiani (per i quali presenta un valore strumentale modesto, utile al massimo a far suonare più forte la grancassa della dignità nazionale), sempre più imbrogliata e politicamente insidiosa per noi.
È una asimmetria che pesa fortemente sulla posizione negoziale italiana e dovrebbe spingerci a utilizzare a fondo i pochi strumenti di pressione che abbiamo: arbitrato internazionale, Nazioni Unite (fra l'altro, il segretario generale Ban Ki-moon è in questi giorni a Delhi).
L'impressione che si ha è invece che l'alternanza fra dichiarazioni pubbliche e trattative più o meno riservate si sia risolta sinora in una maggiore confusione e in immobilismo, talché la posizione italiana appare paragonabile a quella di una lepre paralizzata davanti ai riflettori dell'auto che sta per travolgerla. Ci auguriamo di essere smentiti nei prossimi giorni e di poter accogliere presto in Italia Salvatore Girone, ma le basi per l'ottimismo si fanno di giorno in giorno più sottili.











