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di Vladimiro Zagrebelsky


La Stampa, 30 dicembre 2019

 

Una elevata e aggiornata formazione dei magistrati è ciò che i cittadini hanno diritto di pretendere. La complessità e gravità di molte delle decisioni che sono chiamati a prendere e la indipendenza che è loro garantita nell'esercizio delle loro funzioni, esigono la massima preparazione culturale, sia di carattere strettamente giuridico, sia ampiamente sociale.

Della formazione dei magistrati nella fase del loro tirocinio iniziale e poi in tutto il corso della loro attività, a partire dagli anni 80 del secolo scorso, prese ad occuparsi direttamente il Consiglio superiore della magistratura.

È stato poi istituito un ente autonomo - la Scuola superiore della magistratura - che ha iniziato a operare con i suoi primi corsi nel 2013. L'opera che svolge è molto intensa e di alto livello, nell'assicurare lo sviluppo di una cultura professionale adatta ad un corpo giudiziario composto da circa diecimila magistrati professionali e delle migliaia di magistrati onorari.

Fino ad ora hanno organizzato e diretto l'attività della Scuola due successivi comitati direttivi, che vengono composti con una quota di componenti nominati dal Consiglio superiore della magistratura ed una quota nominata dal ministro della Giustizia.

Per escludere una chiusura culturale corporativa della magistratura, si tratta di magistrati, avvocati e docenti universitari. Tra di essi viene eletto il presidente, che svolge un ruolo attivo, essenziale per garantire il prestigio dell'istituzione nei rapporti con tutto il mondo sociale e culturale cui la magistratura necessariamente deve rapportarsi: in primo luogo, ma non solo, l'avvocatura e l'Università.

Fino ad ora i presidenti sono stati due ex presidenti della Corte costituzionale. La loro personalità ha assicurato alla Scuola il proficuo inizio di attività di una istituzione che in altri Paesi europei esiste da maggior tempo. Gli organi direttivi della Scuola sono da poco scaduti, il Consiglio superiore ha già nominato la sua parte di componenti e con particolare interesse si attendono ora le prossime nomine da parte del ministro.

La capacità di assicurare una riconosciuta, autorevole linea di indipendenza culturale di carattere giudiziario è richiesta alla Scuola e ai suoi organi direttivi. In tale ordine di idee dovrebbero sempre muoversi il Consiglio superiore e il ministro. Vi sono aspetti della cultura giudiziaria che sono del tutto specifici, tanto che proprio ora in Francia è vivissima la polemica contro il progetto di riforma della Scuola nazionale dell'amministrazione (Ena).

Lanciata dal presidente Macron, il progetto prevede l'assorbimento dell'attività della Scuola della magistratura in quella della nuova Scuola dedicata agli alti funzionali della amministrazione: non l'eliminazione della specifica formazione per i magistrati, ma l'instaurazione di un consistente periodo in comune con i dirigenti amministrativi.

Dimissioni tra i membri della Commissione che elabora la riforma e vivaci polemiche con i vertici della magistratura e le associazioni dei magistrati sembrano aver ottenuto un ripensamento, ma è interessante notare che il cuore del contrasto risiede nel senso che si dà al ruolo dei giudici, nella scelta tra il valore (costituzionale) della loro indipendenza anche culturale e quello (diverso) della attitudine a dare esecuzione alle scelte politiche del governo.

Tra gli aspetti della cultura giudiziaria dei magistrati, che la Scuola cura e dovrebbe ancor più sviluppare, c'è quello che riguarda il difficile equilibrio tra l'indipendenza individuale, di ciascun giudice, nel decidere le cause secondo l'interpretazione della legge che adotta e la consapevolezza di essere parte e voce di una istituzione, quella giudiziaria, chiamata a fornire il servizio pubblico del risolvere le controversie secondo Costituzione e legge.

I momenti formali di incontro tra magistrati, come sono particolarmente le Camere di consiglio, sono il luogo in cui le opinioni si incontrano e cercano la soluzione comune. Utilissime sono però anche le occasioni informali offerte dalla Scuola, in sede centrale o in sede locale. Nei corsi della Scuola si incontrano e discutono, tra loro e con i docenti, magistrati di sedi diverse e distanti, che mai altrimenti avrebbero occasione di confrontare esperienze e opinioni.

Così si formano i singoli e così emerge e si armonizza una cultura comune, capace di produrre una giustizia tendenzialmente omogenea e prevedibile, così come dovrebbe essere. È bene allora che sul lavoro della Scuola sia viva l'attenzione dell'opinione pubblica, anche attenta alle responsabilità del Consiglio superiore della magistratura e, ora, del ministro della Giustizia nel formarne gli organi direttivi.