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di Luigi Manconi e Marica Fantauzzi

La Repubblica, 13 giugno 2025

Il cardinale Matteo Maria Zuppi, nella sua riflessione durante il convegno Diritto e Clemenza: che fare per il carcere? che si è tenuto mercoledì scorso presso la Biblioteca del Senato, ha citato le parole di Giacomo Spinelli, compagno di cella di Emanuele De Maria - suicidatosi a Milano subito dopo aver commesso il femminicidio di Chamila Wijesuriya e il ferimento di Hani Fouad Abdelghaffar Nasra. “La verità - scrive Spinelli sul manifesto - è che bisogna fare di più, non di meno, creare più normalità e curare; non chiudere e voltare la testa dall’altra parte. Emanuele andava verso il traguardo, poi qualcosa si è inceppato, qualcosa è andato storto, nessuno di noi è del tutto innocente per quello che è successo e sarebbe ora di capire che la salute mentale viene prima di ogni cosa, prima che altri uomini ed altre donne vengano uccise, o si uccidano da soli”.

Quel fatto di cronaca aveva creato un fitto dibattito, anche tra gli operatori del diritto, poiché l’uomo - detenuto nel carcere di Bollate - era stato considerato perfettamente in grado di svolgere il proprio lavoro all’esterno e, di conseguenza, di avviare un processo di integrazione nella società. L’epilogo tragico di quella storia imporrebbe incredulità e dolore. Eppure, Zuppi decide di riprenderla in mano, davanti a una platea di oltre un centinaio di persone, chiedendosi se non sia il caso di far proprie le riflessioni di quel compagno di cella. Perché, se la cieca rabbia davanti all’indicibile è diritto sacrosanto del singolo, dovere dello Stato è agire anche lì dove sembra imporsi solo la violenza. Nessuna giustizia è possibile - conclude Zuppi - senza riparazione. Ma si può riparare se il luogo deputato all’espiazione della pena è strutturalmente violento tanto da essere mortifero?

Cesare Beccaria, citato dal professor Luciano Eusebi durante il convegno, parlava dell’assurdità della pena di morte. “Per contrastare un omicidio - diceva Beccaria - noi diamo l’esempio del fare un omicidio nei confronti di una persona ormai inoffensiva, un omicidio premeditato”. E che cosa aveva capito Beccaria, si chiede Eusebi? Che agire così va in direzione opposta alla prevenzione. Perché, se il messaggio “è consolidare il consenso attorno al valore della vita dell’altro, l’esempio della pena di morte fa decadere nella società proprio quel valore fondamentale della vita. E tutte le volte che noi applichiamo pene che sono in contrasto con i valori che attraverso quelle pene si vorrebbero affermare, noi facciamo un’operazione del tutto contraria alla prevenzione”.

Credere e, soprattutto, far credere, che la nostra sicurezza dipenda dall’entità e dalla crudeltà della pena inflitta è un errore che si continua a commettere. Lo stesso Paolo Borsellino - ricorda Eusebi - diceva: se voi pensate che la prevenzione dipenda dall’intimidazione, allora dovreste mettere un carabiniere a fianco di ogni persona. La prevenzione, piuttosto, dipende dal consenso e dalla motivazione.

Al 30 aprile di quest’anno le persone detenute erano 62.445, a fronte di una capienza di 51.280 posti. 58 carceri su 189 (dati provenienti dall’ultimo rapporto di Antigone) hanno un tasso di sovraffollamento superiore al 150%. Solo negli ultimi sessanta giorni sono entrate negli istituti penitenziari 300 persone in più. 35, infine, sono i detenuti che da gennaio si sono tolti la vita. Che genere di motivazione e che possibile consenso si può costruire all’interno di queste celle congestionate, dolenti e inascoltate? Nessuna motivazione e nessun consenso. E, di conseguenza, nessuna rieducazione.

“Infliggere dolore nel presente - ha affermato la filosofa Donatella Di Cesare - non aggiusta il passato e molto spesso vieta il futuro. Le riforme del buon punire non hanno fatto che consolidare l’economia del castigo che oggi viene inserita nel nuovo dispositivo di governo e proficuamente utilizzata. Il castigo ormai non solo reitera l’infrazione, ma consente la separazione tra la città e il suo fuori. Occorre - ha proseguito Di Cesare - operare perché il legame non si spezzi del tutto, perché la separazione già in atto non si compia, perché quel microcosmo non vada definitivamente alla deriva”.

Ma per ricomporre il legame bisogna fare in fretta tramite l’adozione di azioni radicali, che sono già state utilizzate in passato ma che da più di trent’anni si ha timore non solo di approvare, anche solo di nominare. Amnistia e indulto. Parole pronunciate da Papa Francesco prima di morire, rese possibili dall’accordo tra Romano Prodi e Silvio Berlusconi nel 2006, e chieste a gran voce oggi da centinaia di persone tra operatori del diritto, associazioni e lavoratori che a titolo diverso operano all’interno delle nostre carceri.

L’ultima relazione è stata quella di Andrea Pugiotto, docente di Diritto costituzionale all’Università di Ferrara, che a conclusione del suo intervento, si è rivolto direttamente ai parlamentari: “Mi rivolgo a chi è presente oggi qui, è solo una questione di tempo. Senza una inversione di tendenza ci troveremo a breve nelle stesse condizioni che costarono all’Italia nel 2013 la vergogna di una condanna dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per un sovraffollamento carcerario strutturale e sistemico. La clemenza collettiva - conclude Pugiotto - è prerogativa del Parlamento: non fate cadere quest’appello a voi rivolto”.