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di Ilaria Dioguardi

vita.it, 25 settembre 2026

Non un indulto secco, ma responsabile, differito nel tempo, preparato e accompagnato. La proposta è stata presentata alla Camera dei Deputati dal Comitato promotore e si può aderire online dalla piattaforma Indultum. Nicola Mazzamuto, presidente del Comitato promotore: “Se continua così, nel 2027 avremo 70mila detenuti per 46mila posti disponibili”. Per Mario Serio, del Collegio del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, “l’indulto non è la migliore delle misure, ma è l’unica reazione a uno Stato inerte e insensibile”. Vuole coniugare responsabilità, sicurezza, speranza, clemenza e prevenzione la proposta di indulto “responsabile” presentata con una conferenza stampa alla Camera dei Deputati.

La drammaticità della situazione carceraria “impone soluzioni nuove, originali e realistiche, raccogliendo gli appelli accorati di Papa Francesco, di Papa Leone, del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ed il grido di dolore del mondo penitenziario”, affermano i promotori.

“La proposta di un indulto “differito” è maturata in seno al convegno Il diritto alla speranza nel cinquantennale dell’Ordinamento penitenziario, nell’anno del Giubileo della Speranza e nel triduo del Giubileo dei Detenuti dello scorso dicembre. Nel 2025 il flusso dei detenuti in ingresso è stato circa il doppio di quelli in uscita”, ha affermato Nicola Mazzamuto, presidente del Comitato promotore “Indulto responsabile” e presidente del Tribunale di Sorveglianza di Palermo. Su indultum.it è possibile aderire alla proposta.

“Se si continua così, nel 2027 arriveremo a 70mila detenuti per 46mila posti disponibili. La natura della nostra proposta è il carattere trasversale: i 103 sottoscrittori appartengono a vari mondi. Abbiamo la lucidità politica sul fatto che occorre il quorum, è una proposta di unità nazionale. Ovviamente, occorre accompagnare l’indulto “responsabile” con riforme strutturali”. Mazzamuto ha sottolineato: “La nostra proposta ha l’obiettivo di dare consapevolezza nell’opinione pubblica della situazione delle carceri italiane”.

Ogni anno 5mila casi riconosciuti di trattamenti “inumani e degradanti” - “Lo stato di illegalità delle carceri italiane è quasi certificato dallo Stato italiano, che ci mette la firma”, ha detto Rita Bernardini, presidente di Nessuno tocchi Caino. “Infatti, sono 5mila i casi ogni anno in cui i Tribunali di Sorveglianza riconoscono i trattamenti “inumani e degradanti” subiti dalle persone detenute. Oggi sono quasi 20mila le persone in più negli istituti di pena italiani rispetto ai posti disponibili, precisamente 19.365. Al 19 settembre 2026 erano 65.933 le persone detenute, i posti regolamentari previsti sono 51.345 e quelli inagibili 5.047, quindi i posti effettivamente disponibili sono 46.298. Sono state 9.708 le persone in più nelle carceri, in questi ultimi quattro anni di legislatura. Nelle celle vediamo letti a castello fino a tre piani”. Bernardini ha spiegato: “Chiederemo delle risorse economiche, ad esempio ci sono beni pubblici che non sono utilizzati e che possono essere utilizzati per un’esecuzione penale che sia corrispondente a quello che prevede la nostra legge”.

Mario Serio: “L’indulto è l’unica reazione a uno Stato inerte e insensibile - “Qualunque forma di afflizione aggiuntiva rispetto alla forma della privazione della libertà è una forma afflittiva non soltanto estranea alla sanzione penale, ma contraria allo stesso contenuto della sanzione penale. Noi siamo ormai abituati al fatto che non ci siano acqua calda e aria condizionata nelle carceri. queste sono condizioni di disumanità”, ha detto Mario Serio, componente del Collegio del Garante Nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale. “L’indulto non è la migliore delle misure, ma è l’unica reazione a uno Stato inerte e insensibile”.

In un’ottica di giustizia di comunità - “Un indulto “secco” rischia di non risolvere i problemi ed aumentare le criticità, laddove un indulto “preparato ed accompagnato”, con la previsione di una efficacia differita di tre/sei mesi, consentirebbe l’attuazione del trattamento penitenziario del dimittendo e dell’assistenza post-penitenziaria”, spiegano i promotori. “È fondamentale dare continuità e consolidare il percorso riabilitativo avviato in carcere con la presa in carico fuori dal carcere da parte del servizio sociale dell’Ufficio di esecuzione penale esterna-Uepe e l’inserimento nel circuito istituzionale del Consiglio di aiuto sociale, del Comitato per l’occupazione e degli Istituti di giustizia riparativa, con il coinvolgimento delle competenze istituzionali e finanziarie degli enti pubblici territoriali, della Cassa delle Ammende e delle risorse aggiuntive del Terzo settore, attraverso l’offerta di posti di lavoro, di borse-lavoro, di corsi di formazione professionale, di progetti di serio volontariato, di percorsi di riparazione, mediazione e riconciliazione, in un’ottica di giustizia di comunità”.

L’indulto “differito”, in quanto “preparato ed accompagnato”, è rinunciabile da parte dell’interessato, secondo il principio generale ed al fine di evitare la brusca interruzione di percorsi penitenziari e/o di esecuzione penale esterna, con la previsione di reati ostativi e della clausola di ostatività della sottoposizione a misure di sicurezza detentive. Alla proposta di indulto responsabile ha aderito anche il Comitato direttivo centrale dell’Associazione nazionale magistrati.