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di Luigi Manconi

La Repubblica, 5 dicembre 2025

Non un solo atto di clemenza è stato assunto. E non un solo provvedimento capace, non dico di fermare, ma almeno di rallentare il processo di disfacimento della giustizia e di coloro che ne subiscono l’oltraggio. Tra una settimana, dal 12 al 14 dicembre, si celebrerà il Giubileo dei detenuti: e questa scadenza, fortemente voluta da papa Francesco, alimenta sentimenti di attesa e di speranza all’interno della popolazione carceraria e scarso o nullo interesse da parte dell’opinione pubblica. Già, quest’ultimo dato è significativo: il diffuso disinteresse nei confronti delle condizioni disumane in cui versa il sistema penitenziario italiano ci parla, certo, dell’indifferenza della maggioranza della società verso le parti più sofferenti di sé, ma in primo luogo solleva una grande questione politica.

Nelle ultime ore il presidente del Senato, Ignazio La Russa, ha parlato della necessità di azioni efficaci per porre un qualche rimedio a quella che è una vera e propria catastrofe umanitaria. Il carcere è il punto di caduta e, allo stesso tempo, il distillato di tutte le iniquità e le disuguaglianze prodotte dai processi di modernizzazione. Consideriamo qui un solo dato: il sovraffollamento ha raggiunto il 137 per cento della capienza effettivamente disponibile e, in alcuni istituti, ha superato il 200 per cento.

Non è necessario aggiungere altro per immaginare lo stato in cui vivono i detenuti, tra la decadenza materiale e il degrado psicologico e, vorrei dire, spirituale. Tra spoliazione del corpo e mortificazione della personalità, tra sfregio alla dignità umana e annichilimento dell’identità individuale. Su tutto questo, il Giubileo intendeva, oltre che approfondire la riflessione, compresa quella teologica, promuovere iniziative concrete e scelte normative. Nella Bolla di indizione, Francesco così si esprimeva il 9 maggio del 2024: “Propongo ai governi che si assumano iniziative che restituiscano speranza; forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società”.

I nostri devotissimi governanti hanno fatto devotamente spallucce e, a 18 mesi dalla Bolla, non un solo atto di indulgenza e clemenza è stato assunto; e non un solo provvedimento capace, non dico di fermare, ma almeno di rallentare e contenere questo processo di disfacimento della giustizia e di coloro che ne subiscono l’oltraggio. Eppure, l’amnistia e l’indulto sono atti previsti dalla Carta costituzionale, nonostante che quel buontempone di Carlo Nordio li abbia eccentricamente definiti “una resa dello Stato”; e l’indulto del 2006, il più recente, ha dato risultati eccellenti, deflazionando la popolazione detenuta e producendo una recidiva estremamente più ridotta di quella ordinaria.

Nel corso dell’ultimo anno, amnistia e indulto sono stati richiamati come “indispensabili” da una folta rappresentanza di esperti del settore, funzionari dello Stato e membri dell’amministrazione penitenziaria, giuristi e magistrati, sindacati di polizia penitenziaria, garanti dei diritti delle persone private della libertà e associazioni di volontariato operanti in carcere. E, tuttavia, amnistia e indulto sono rimaste tabù, parole impronunciabili e bandite dal dibattito pubblico.

Ciò nonostante, donne e uomini di buona volontà, come Anna Rossomando, vicepresidente del Senato, il deputato Roberto Giachetti e la presidente di Nessuno Tocchi Caino, Rita Bernardini, incoraggiati dalle dichiarazioni di Ignazio La Russa del giugno scorso, si sono molto adoperati perché venisse approvato almeno un provvedimento di compromesso, una misura minima, capace di restituire un po’ di respiro e di tregua alla macchina congestionata del carcere. Come un modesto intervento normativo che aumenti i giorni di liberazione anticipata per semestre, da 45 a 60, per quanti partecipano attivamente a un percorso di “rieducazione”.

La proposta non ha potuto nemmeno fare capolino nelle aule parlamentari perché, ad affossarla, e brutalmente, è la stata la stessa maggioranza di governo. Il presidente del Senato ne ha offerto un’altra variante, ancora più striminzita e rattrappita: un “mini-mini-indultino” da collegare al “clima di bontà” proprio dei giorni di Natale. Da tanta solennità e plasticità del linguaggio istituzionale utilizzato, si può evincere quale sia il tasso di realizzabilità della proposta stessa.

Passa appena qualche ora e l’autorevolissimo (e ricordiamolo: ancora più devotissimo) sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, glissa sull’ipotesi e ignora bellamente l’auspicio del presidente del Senato. Di conseguenza, salvo miracoli - è proprio il caso di dire - non se ne farà nulla. Da qui le parole di Giachetti riportate da questo giornale: La Russa “non può dire una cosa per vedere l’effetto che fa”, è da “irresponsabili” alimentare le illusioni e le conseguenti frustrazioni di chi vive in “condizioni inumane”.

In un simile scenario va ancor più apprezzato il ragionamento del vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura, Fabio Pinelli, che ha criticato alla radice il “populismo penale”. Ovvero la tendenza a rispondere - sul piano penale e punitivo - con più pene, più reati e più carcere a tutte le contraddizioni sociali e a tutti i conflitti tra individui, gruppi e comunità. Parole sante. Peccato che la classe politica, non solo quella di destra, soffra di ciò che i neurologi chiamano selettività cognitiva. O, se preferite, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.