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di Simona Musco

Il Dubbio, 19 giugno 2026

Antigone e Unicef denunciano le criticità del sistema penitenziario e la mancanza di case famiglia protette. “Serve un finanziamento strutturale”. “Apri”. Molto spesso, dopo “mamma”, è questa la prima parola che i bambini reclusi imparano a pronunciare. È l’ordine che sentono ripetere ogni giorno dalle guardie carcerarie davanti a un cancello di ferro. Una realtà drammatica che sta tornando a bussare alle porte delle carceri italiane con numeri in preoccupante crescita. Alla fine del 2024 i bambini in cella con le madri erano 10, a metà del 2025 sono saliti a 19, per toccare quota 26 alla fine dell’anno e arrivare oggi a 30. Nei documenti amministrativi vengono definiti “unità”, una formula burocratica che serve ad allontanare la dimensione umana del fenomeno.

Questo balzo in avanti coincide temporalmente con una svolta normativa molto discussa: il Decreto Sicurezza del 2025. Su questi numeri Italia Viva ha chiesto conto in un’interrogazione più ampia sul sovraffollamento carcerario. Ma nella risposta del ministro, l’argomento non è stato sfiorato.

Il nuovo quadro legislativo ha scardinato un principio di civiltà giuridica che resisteva dal 1930. Perfino il codice firmato dal guardasigilli fascista Alfredo Rocco prevedeva l’obbligo tassativo di differire l’esecuzione della pena per le donne incinte o con figli neonati fino a un anno di età. La Legge 80/2025 ha trasformato questo rinvio da obbligatorio in facoltativo. Oggi la decisione spetta al singolo magistrato di sorveglianza, chiamato a valutare caso per caso il rischio di recidiva. Non solo: per la prima volta si introduce la possibilità di separare la madre dal figlio per motivi disciplinari. Se una donna non mantiene una condotta adeguata all’interno di un Icam (Istituto a custodia attenuata per madri), può essere trasferita in un carcere ordinario da sola, affidando il bambino ai servizi sociali. Un ricatto emotivo che subordina il legame primario madre-figlio alla condotta carceraria.

Sul legame di causa-effetto tra la nuova legge e l’aumento dei bambini reclusi, Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone, invita a una lettura prudente ma profonda: “I numeri sono raddoppiati, ma 15 casi in più non fanno una statistica pura. Potrebbe trattarsi di situazioni contingenti o di donne in custodia cautelare, ambito che il decreto sicurezza non tocca direttamente. Tuttavia, è innegabile che questo aumento si collochi esattamente in corrispondenza del decreto”. La storia recente dimostra che a svuotare le celle non sono mai state le leggi, bensì i fatti. Marietti ricorda come i grandi interventi del passato - la Legge Finocchiaro del 2001 e la Legge Buemi del 2011 - non abbiano provocato crolli significativi nei grafici delle presenze (che per decenni hanno oscillato tra i 60 e i 70 bambini). “A parità di norme - spiega Marietti -, la vera riduzione c’è stata solo in tempo di Covid: i magistrati di sorveglianza hanno visto il pericolo sanitario e, spinti dalla necessità, hanno trovato gli strumenti legislativi per mandare a casa le mamme. Strumenti che esistevano anche prima. È la dimostrazione plastica che le possibilità ci sono, ma spesso il magistrato sceglie di non concederle”.

Perché gli strumenti alternativi al carcere falliscono? La legge Finocchiaro sulla detenzione domiciliare speciale richiedeva paletti rigidi, come la certezza di un domicilio adatto (criterio che escludeva a priori, per l’orientamento dei magistrati, le donne di origine rom, per fare un esempio). La legge Buemi aveva provato a introdurre le case famiglia protette, ma lo Stato non ha mai investito risorse, lasciando l’onere economico agli enti locali. Il risultato? In tutta Italia ne sono sorte appena due. “E dubito che si possa finanziarle oggi - ammette Marietti -. Non è questa la fase storica”. Pochi giorni fa, in un convegno sul tema al Cnel, era stato anche il presidente di Unicef a porre l’accento su questo tema: “I bambini in carcere non hanno commesso alcun reato, ma ne subiscono le conseguenze ogni giorno - ha dichiarato Nicola Graziano -. Non è più accettabile che esistano soltanto due case famiglia protette in tutto il Paese. Occorre eliminare il vincolo finanziario previsto dalla legge n. 62 del 2011 e prevedere un finanziamento strutturale stabile per la realizzazione e il funzionamento delle case famiglia protette. È una scelta politica che non può più essere rinviata”.

Il vero problema, secondo Antigone, è lo smottamento culturale che sta investendo il Paese: “Se i messaggi politici che accompagnano le leggi sono quelli per cui le donne “si fanno mettere incinte apposta per evitare la galera” o che “le borseggiatrici rom sono il primo pericolo pubblico degli italiani”, l’intero sistema si adegua a una richiesta sociale di vendetta. E la magistratura, in qualche modo, anche”, aggiunge Marietti. La citazione non è campata in aria: proprio in occasione del decreto Sicurezza fu questo il leitmotiv del centrodestra. Una scelta bocciata - come le altre all’interno di quel decreto - dal Massimario della Cassazione, che aveva evidenziato come sotto il profilo legale, i magistrati si trovano davanti a un vero e proprio caos interpretativo.

La legge 80/2025 ha infatti creato due criteri di valutazione opposti e sovrapposti che rischiano di paralizzare i giudici: da un lato basta il “concreto pericolo” di commettere un reato qualsiasi per negare il rinvio della pena, dall’altro si richiede un pericolo di “eccezionale rilevanza”. Due pesi e due misure che convivono nella stessa norma, generando un’altalena decisionale sulla pelle dei bambini. Ma il paradosso più feroce riguarda la geografia. La nuova norma stabilisce che, se non viene concesso il rinvio, la madre e il figlio debbano andare in un Icam (Istituto a custodia attenuata). Peccato che in tutta Italia ne esistano solo quattro: a Torino, Milano, Venezia e Lauro (Avellino). E ciò rischia di recidere ogni legame di madre e figlio con il resto della famiglia e annullando, di fatto, la funzione rieducativa della pena.

La riforma, spiega Andrea Mirenda, attuale consigliere del Csm e magistrato di sorveglianza, inasprisce effettivamente il sistema, passando da un differimento obbligatorio, con al massimo la detenzione domiciliare per i casi di pericolosità, ad una facoltatività che responsabilizza il magistrato, caso per caso. Ma “non si tratta di indifferenza da parte dei giudici, che anzi, posso assicurare, affrontano profonde crisi di coscienza quando c’è di mezzo un minore - spiega -. Oggi, trasformando l’esenzione automatica in una scelta facoltativa, i magistrati di sorveglianza sono chiamati a valutare con estrema professionalità e prudenza la pericolosità e la conseguente esecuzione immediata della pena. Penso che la magistratura di sorveglianza abbia piena competenza e saggezza per affrontare casi simili”.

La sfida cruciale si gioca dunque sul piano dell’umanità e della discrezionalità del giudice, che dovrebbe rimettere al centro il superiore interesse del minore rispetto alla pur minima prognosi di reato. L’appello di Antigone è netto: “Sono certa - conclude Marietti - che lavorando caso per caso, con un po’ di buona volontà e attenzione alle singole storie, si troverebbe per tutti e 30 questi bambini il modo di uscire dal carcere. Serve solo il coraggio di farlo”. Per evitare che la prima parola di un bambino, anziché un disegno sul futuro, resti la richiesta di aprire una cella.