di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 maggio 2021
Il sovraffollamento, la scarsa ventilazione, gli spazi ristretti e chiusi, caratterizzano il particolare ambiente in cui il personale penitenziario si ritrova a lavorare e che, indubbiamente, li ha esposti maggiormente al contagio. Tra questi, ci sono gli infermieri. Da un recente studio pubblicato sulla rivista Professioni Infermieristiche, emerge che quasi la totalità del campione raccolto ha riferito di essere a venuto a conoscenza della presenza di almeno un paziente positivo al Covid- 19 accertato all'interno del carcere dove operava.
Parliamo di uno studio promosso da un gruppo di ricerca costituito da infermieri rappresentanti del Corso di Laurea in Infermieristica del Policlinico Umberto I dell'Università di Roma La Sapienza e del Corso di Laurea in Infermieristica sede Ospedale S. Paolo dell'Università degli Studi di Milano. Tale gruppo ha arruolato un campione di convenienza composto da infermieri iscritti alla Simspe Onlus (Società Italiana di Medicina e Sanità Penitenziaria), operanti in qualsiasi struttura carceraria italiana al momento dell'indagine. Hanno partecipato all'indagine 204 infermieri di area penitenziaria italiana sui 414 iscritti a Simspe Onlus (tasso di risposta pari al 49.27%). 96 erano uomini (47.06%) e 108 le donne (52.94%).
Emerge che il 90.69% del campione ha fornito assistenza diretta a un soggetto positivo; di questi 129 (69.73) si sono trovati almeno una volta a una distanza inferiore a 1 metro dalla persona, mentre 104 (56.21%) in situazioni assistenziali che hanno generato la produzione di aerosol da parte dell'assistito. Inoltre 116 (56.86%) infermieri sono entrati direttamente in contatto con l'ambiente in cui è stato visitato o assistito un paziente positivo al Covid- 19, prima della sanificazione dello stesso. Il numero di infermieri che ha rispettato ' semprè i comportamenti descritti non differiva significativamente (p > 0.05 per ogni confronto) nelle situazioni che prevedevano o meno il contatto con aerosol. Sono 55, gli infermieri (26.96%) che hanno riportato di aver avuto incidenti caratterizzati dal contatto inavvertito con fluidi corporei o secrezioni respiratorie durante una visita sanitaria/ prestazione con un paziente Covid- 19: nello specifico 20 hanno riportato di essere entrati in contatto con schizzi di fluidi biologici/ secrezioni respiratorie nelle mucose del naso o della bocca, 16 hanno riportato di essersi punti/ tagliati con un materiale contaminato con fluidi biologici/ secrezioni respiratorie, mentre 11 sono entrati in contatto con schizzi di fluidi biologici secrezioni respiratorie su ferite o su cute non integra.
L'infermiere è la figura che entra più frequentemente a contatto con i detenuti per garantire un'assistenza di qualità, anche quando le possibilità di cura sono compromesse. Si parla ancora troppo poco della figura dell'infermiere nelle nostre carceri e di quanto il suo impegno abbia contribuito e stia contribuendo tutt'ora alla salute psicofisica dei detenuti e del personale penitenziario in particolare durante questo periodo del Covid e non solo. Ma è una delle figure che scarseggia nei penitenziari, così come i medici, psicologi e assistenti sanitari.
Una figura che però si trova a fare i conti con la sanità in carcere sempre più precaria. Con il Dpcm del primo aprile 2008 si è cercato di attuare il passaggio di competenza sanitaria dal ministero della Giustizia al Sistema Sanitario Nazionale. La situazione registrata dopo dieci anni si è rivelata complessa. Secondo l'ultimo rapporto di Antigone, nel 2019 c'era un solo medico di base in ogni carcere per ogni 315 detenuti, per un totale di 1.000 medici di base e di guardia nei circa 200 istituti di pena italiani. Troppo pochi per garantire un servizio adeguato. Il 70% dei medici è precario. Ovviamente, il numero varia da carcere a carcere a seconda della capienza della struttura, ma in media come si è detto è presente un medico ogni 315 detenuti. In alcune realtà manca addirittura il medico di base.
In cella con dipendenze, epatite, Hiv, tubercolosi e disturbi psichici
Il carcere è totalizzante e amplifica all'ennesima potenza i problemi quotidiani che le persone vivono nel mondo libero. La salute e in particolar modo le criticità del sistema sanitario è uno di quelli. Nelle carceri, molti detenuti continuano a passare gran parte del loro tempo all'interno di spazi al di sotto degli standard minimi. Questa situazione si traduce anche nella manifestazione di problematiche di salute, sia intese come strettamente fisiche che psichiche.
Tra i detenuti è maggiore la prevalenza di Hiv, Hcv, Hbv e tubercolosi rispetto alla popolazione libera, principalmente a causa della criminalizzazione dell'uso della droga e la detenzione di persone che ne fanno uso: la prevalenza di infezione da Hiv tra i detenuti è del 4,8%, contro lo 0,2% della popolazione in generale; l'incidenza della tubercolosi è maggiore di 23 volte.
L'aumento del rischio riguarda non solo le infezioni quali Hiv e Hcv, ma anche la possibilità di sviluppare dipendenza da sostanze psicotrope o di ammalarsi di disturbi mentali, in misura maggiore rispetto all'incidenza delle stesse patologie nella popolazione generale. Si tratta di una questione di salute pubblica: prima o poi la maggioranza dei soggetti privati della libertà viene reintegrata nella società dei liberi, Il loro reinserimento da persona sana è un diritto costituzionale e un dovere civico.
Come ricorda Antigone nel suo rapporto "Oltre il Virus", un trial multicentrico del 2014 ha coinvolto istituti penitenziari di sei regioni del centro nord: Toscana, Veneto, Lazio, Liguria, Umbria e Azienda sanitaria di Salerno, fotografando le condizioni di salute di circa 16.000 detenuti in 57 istituti (circa il 30% del totale nazionale degli istituti). Il 70% del campione era affetto da una qualche patologia, con differenze di genere (uomini 67%, donne 75% e transgender 95,7%) ed età (18- 29 anni 58,4%, 30- 39 anni 63,9%, 40- 49 anni 70,9%, 50- 59 anni 76,7%, 60 anni 82,6%). Oltre il 40% dei pazienti arruolati presentava una patologia psichiatrica (ansia, disturbo nevrotico o reazioni di adattamento, depressione). Molti presentavano dipendenza da sostanze stupefacenti (il 24% di tutto il campione, con la cocaina che è risultata la sostanza più utilizzata). Seguivano le malattie dell'apparato digerente e, con il 14,5%, le patologie dei denti e del cavo orale. Elevata è la concentrazione di malattie infettive (epatite C, epatite B e Hiv), che colpiscono l'11,5% dei soggetti arruolati.
Allarmanti sono i tentativi di suicidio e i gesti di autolesionismo: il 5% aveva messo in atto un gesto autolesivo almeno due volte nell'ultimo anno (Ars Toscana, 2015). Nonostante l'elevato consumo di tabacco (71% contro il 22%), i disturbi respiratori sono tra i più rari in carcere, essendo l'età media delle persone detenute relativamente bassa. Dunque, l'assistenza sanitaria penitenziaria è prevalentemente orientata alla cura delle dipendenze e dei disturbi psichici, e di patologie come epatite, Hiv, tubercolosi e malattie a trasmissione sessuale. L'emergenza sanitaria da Covid- 19 si è innescato quindi in un contesto precario, ove i numeri non sono incoraggianti.











