sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Damiano Aliprandi


Il Dubbio, 8 aprile 2020

 

Nel 2014 la Cedu stabilì la sua incompatibilità con il regime detentivo. È di 667 mila euro la somma a titolo di riparazione per l'ingiusta detenzione liquidata a Bruno Contrada, l'ex numero due del Sisde assistito dall'avvocato Stefano Giordano del Foro di Palermo. La Corte d'Appello di Palermo, con l'ordinanza depositata il 6 aprile 2020, ha così accolto parzialmente (erano stati chiesti tre milioni di indennizzo) l'istanza presentata dal legale.

"Riteniamo - dichiara l'avvocato Giordano - che la pronuncia della Corte d'Appello sia perfettamente in linea con la decisione della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo e ne dia la giusta esecuzione: al di là del quantum liquidato, la Corte d'Appello - con un provvedimento libero e coraggioso - ha statuito che Bruno Contrada non andava né processato, né tanto meno condannato e che, dunque, non avrebbe dovuto scontare neppure un solo giorno di detenzione, disattendendo le obiezioni della Procura Generale e dell'Avvocatura dello Stato.

Ci riserviamo ora di esaminare attentamente il provvedimento, per valutare eventuali spazi per l'impugnazione in Cassazione". Da ricordare che l'istanza accolta dalla Corte trova titolo nella sentenza della Corte di Cassazione del 2017, con la quale - in ottemperanza di quanto statuito dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo nel 2015 - è stata dichiarata ineseguibile e improduttiva di effetti la sentenza con cui la Corte d'Appello di Palermo aveva a suo tempo condannato Contrada a dieci anni di reclusione per il reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso.

Ricordiamo che Contrada è stato tratto in custodia cautelare in carcere il 24 dicembre 1992 e vi è rimasto sino al 31 luglio 1995, quando la misura è stata revocata (nel corso del processo di primo grado) per le precarie condizioni di salute dell'imputato. A seguito dell'intervenuta irrevocabilità della sentenza di condanna, l'11 maggio 2007 è entrato in carcere per l'espiazione della pena di dieci anni di reclusione. Il 24 luglio 2008, sempre in ragione delle sue sempre più gravi condizioni di salute, gli è stata concessa la detenzione domiciliare.

Il 12 ottobre 2012 (grazie allo "sconto" di due anni di pena per buona condotta), Contrada (all'età di ottantuno anni) è stato rimesso in libertà, dopo una dolorosa vicenda processuale durata vent'anni e dopo avere trascorso, complessivamente, quattro anni in carcere e quattro anni agli arresti domiciliari. Contrada ha subito anche danni fisici e psichici, perché durante la detenzione il suo stato di salute si è aggravato, tanto da essere ricoverato, più volte, all'ospedale.

Da ricordare che la sua incompatibilità con il regime detentivo è stata cristallizzata nel 2014 dalla sentenza della Corte europea dei diritti umani (Cedu) che ha accertato la violazione, da parte dello Stato italiano, dell'art. 3 Cedu che vieta di sottoporre alcuno a trattamenti inumani o degradanti. La stessa Corte aveva rivelato che Contrada era "affetto da diverse patologie gravi e complesse".

Ma i danni subiti si sono anche riversati nei confronti dei suoi familiari. Sia ai due figli che alla moglie, morta purtroppo a gennaio dell'anno scorso. Una donna che si era vista crollare improvvisamente e definitivamente il mondo addosso dal momento in cui suo marito, colui che era suo compagno di vita da quasi quarant'anni è stato tratto in arresto. Lei si è trovata brutalmente gettata nel ruolo di capo- famiglia, diventando l'unico punto di riferimento dei due figli, ma anche del marito visto che l'ha dovuto supportare emotivamente.