di Luca Rocca
Il Tempo, 8 dicembre 2019
Ben mille casi all'anno di ingiusta detenzione, il che significa, dati alla mano, decine di migliaia di persone sottoposte all'arresto illegittimamente negli ultimi decenni e centinaia di milioni di euro dei contribuenti impiegati per i sacrosanti indennizzi. E questo il quadro ufficiale, e sconfortante, nel nostro Paese quanto al più grave degli errori giudiziari, la restrizione della libertà, in grado di rovinare la vita a cittadini innocenti, impigliati per anni nella "malagiustizia".
Premettendo che chi viene sottoposto a misura cautelare per poi essere riconosciuto innocente, ha diritto a un indennizzo (che comunque non può superare la soglia di 516mila euro), i dati ufficiali ci dicono che dal 1992 al 31 dicembre 2017, quindi in 25 anni, ben 26.412 persone hanno subito un'ingiusta detenzione per poi essere indennizzate dallo Stato, che in quell'arco di tempo ha versato complessivamente oltre 656 milioni di euro.
Ma se a questi numeri si sommano gli altri "errori giudiziari" (per fare un esempio, le condanne definitive poi annullate dopo un processo di revisione che si conclude con l'assoluzione), il numero delle vittime sale fino a 26.550, e contemporaneamente si impenna anche la cifra del risarcimento, che arriva a superare i 768 milioni di euro. Prendendo come punto di riferimento il 2017, poi, i casi di ingiusta detenzione sono stati più di mille, con un costo per i contribuenti di 34 milioni di euro. Ma le cose non sono cambiate nel 2018.
Come documentato dal sito "errorigiudiziari.com" diretto da Benedetto Lattanzi e Valentino Maimone, dal primo gennaio 2018 al 30 settembre dello stesso anno, i casi di detenzione illegittima sono stati 856, per una spesa a carico dello Stato pari a 30 milioni di euro. Se lo stesso andamento sarà registrato, com'è probabile, anche negli ultimi tre mesi del 2018, è ovvio prevedere che anche l'anno scorso i casi registrati saranno stati più di mille.
Il caso. Tre anni detenuto da innocente
Il cinquantenne Franco Di Nardi arrestato nel 2013 e ora risarcito con centomila euro. Tre anni di ingiusta detenzione e con l'infamante accusa di aver picchiato selvaggiamente un disabile mentale. Per questi 36 mesi trascorsi in una cella del carcere di Cassino, la IV sezione della Corte d'Appello di Roma ha accolto la richiesta avanzata da Franco Di Nardi, operaio residente a Piedimonte San Germano, nel Frusinate, e ha condannato il Ministero dell'Economia al risarcimento dei danni per centomila euro.
Una vicenda che ha inizio nel 2013 quando i carabinieri arrestano tre uomini con l'accusa di aver massacrato di botte e senza motivo un giovane con problemi psichici. Un episodio che scosse l'opinione pubblica anche per i successivi risvolti: la vittima, qualche mese dopo l'aggressione, si lanciò dal quinto piano dell'ospedale di Cassino, dov'era ancora ricoverato, proprio a causa delle botte prese. In fase dibattimentale emersero gravi carenze di indizi a carico del detenuto e uno dei componenti del presunto branco ammise di aver pestato il ragazzo senza la complicità degli altri imputati.
A discolpa di Franco Di Nardi, inoltre, c'era una malattia degenerativa che gli rende difficile Fuso delle mani e richiede lunghi periodi di cura oltre al supporto di altre persone per lo svolgimento delle più normali funzioni quotidiane. Nonostante i tanti elementi a sua discolpa, in primo grado Di Nardi viene condannato a tre anni e sei mesi di reclusione per il reato di lesioni gravi.
A ribaltare completamente la decisione dei giudici del tribunale di Cassino, nel 2015 e nel 2016 furono i magistrati della Corte d'Appello e della Cassazione. Il cinquantenne venne assolto "per non aver commesso il fatto". Ma nel frattempo, tra un processo e l'altro, ha continuato ad essere "ristretto", dapprima in una cella e poi ai domiciliari. Definita la sua posizione giudiziaria e attestata la totale estraneità ai fatti contestati, Di Nardi ha dato mandato al suo legale Francesco Malafronte di avviare la richiesta di risarcimento per il tempo ingiustamente trascorso dietro le sbarre. Una battaglia giudiziaria sostenuta da documenti e prove che hanno portato il presidente Flavio Monteleone e i consiglieri Maria Luisa Paolicelli e Angela Tursi, componenti della IV sezione della Corte d'Appello, a dargli ragione.
"La notte del mio arresto non potrò mai dimenticarla - ci dice l'uomo non senza commozione. Non riuscivo a capire per quale motivo ero stato accusato di una cosa tanto brutta. Picchiare una persona, soprattutto indifesa, non è nella mia indole. Eppure per quell'aggressione sono stato in carcere per mesi, a gridare la mia innocenza. Mi hanno creduto solo i miei familiari e il mio avvocato. Perché, se vieni arrestato su di te cala comunque il velo del sospetto. E ancora oggi mi resta difficile far finta di non vedere certi sguardi accusatori".
"Una soddisfazione per il mio assistito che certo non lenisce una ferita inguaribile. È emersa una verità, che poi è sempre la verità processuale, e che vorremmo tutti coincidesse con quella sostanziale. Posso dire con amarezza che c'è una persona che non ha commesso il grave reato per il quale era stato condannato. Trascorrere un lungo periodo da innocente in carcere non è umano. Un fatto che ha profondamente segnato la vita del signor Di Nardi che ora potrà finalmente ricominciare un percorso fatto di dignità e coraggio".










