di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 20 maggio 2022
Accolto solo il 33% dei ricorsi per ingiusta detenzione. Parlano con Huffpost Enrico Costa (Azione), Samuele Ciambriello (Garante detenuti Campania), Gianpaolo Catanzariti (Osservatorio Camere Penali), Alessio Scandurra (Antigone).
Cinquecento sessantacinque persone, 565 vite interrotte, cambiate, forse distrutte, da un periodo più o meno lungo trascorso ingiustamente in carcere. Sono solo una frazione del totale, ma almeno loro hanno ricevuto il risarcimento del danno per ingiusta detenzione. Perché alla fine del processo sono risultate innocenti. Oppure perché, anche se colpevoli, non era necessario mandarle in galera a sentenza non ancora emessa. O addirittura, come accade - secondo i calcoli di chi conosce bene la materia - a un detenuto su sei, durante le indagini preliminari. Il Ministero della Giustizia ha depositato ieri la relazione annuale al Parlamento sulle misure cautelari e sull’ingiusta detenzione.
Sono dati che di anno in anno cambiano relativamente poco, ma in questo caso la notizia è questa. Perché nonostante gli interventi legislativi, nonostante le raccomandazioni a usare lo strumento della custodia cautelare in carcere il meno possibile, sono sempre tante, troppe, le persone che finiscono in cella senza un motivo valido. E ci stanno qualche giorno, un po’ di mesi, o addirittura anni. Poi alla fine succede che vengono assolti, o che il reato commesso viene riqualificato, o che si scopre che per quanto colpevole non c’era ragione per cui il soggetto dovesse stare in carcere prima della sentenza (ricordiamo che la custodia cautelare può essere disposta in caso di pericolo di fuga, di rischio di reiterazione del reato o di pericolo di inquinamento delle prove. Non ci sono altre opzioni). E così, quando si appura l’ingiusta detenzione, lo Stato deve risarcire: l’anno scorso, secondo i dati del ministero dell’Economia, sono stati spesi 24.506.190 di euro per risarcire i danni di chi era stato imprigionato ingiustamente. Sono poco meno di 50mila euro a persona, in media.
Reggio Calabria in testa, segue Napoli: l’analisi dei dati - Il risarcimento varia da caso a caso, a volte sono cifre irrisorie: “Un candidato sindaco di Caserta è stato in carcere 15 giorni e gli hanno dato 6 mila euro, le pare una cosa seria?”, osserva con HuffPost Samuele Ciambriello, garante dei detenuti della Campania, che conosce bene la questione visto l’elevato numero di ingiuste detenzioni che si registrano nella sua regione.
Altre volte le somme liquidate sono molto alte, perché la detenzione è stata lunga. La corte d’Appello sul primo gradino del podio per risarcimenti concessi è quella di Reggio Calabria, con 76 ordinanze e 6.702.097 spesi. Circa il doppio a testa rispetto alle altre corti d’Appello. “Ho notato che alcuni hanno enfatizzato questo elemento - osserva con HuffPost Gianpaolo Catanzariti, avvocato tra la Calabria e Roma e responsabile dell’Osservatorio carceri delle camere penali - come a voler attaccare la corte d’Appello. Vorrei ricordare che in Calabria è facile che vengano contestati reati di mafia o aggravanti che vanno in questo senso. Il che significa che è possibile scontare anche sei anni di custodia cautelare. Se poi si appura che ciò è avvenuto da innocenti, o a chi in carcere comunque non doveva andare, è chiaro che la cifra versata dallo Stato sia maggiore rispetto ad altre zone del Paese”.
In questa triste classifica, al secondo posto c’è Napoli, con 72 ordinanze. Segue, a ruota, Catanzaro, con 58. Quarta Roma, con 52: “Un elemento che non bisogna sottovalutare - prosegue l’avvocato - è quello del bacino d’utenza. Reggio Calabria ne ha uno molto più piccolo di quello di Roma o Milano”. Ed ecco che allora le due città calabresi tra i primi posti si notano ancor di più. “C’è una oggettiva tendenza - spiega Catanzariti, guardando alla sua regione di provenienza ma forse non solo - da parte dei giudici delle indagini preliminari a recepire la tesi dell’accusa. Tesi che, poi, in dibattimento si dimostra lacunosa. Questo vuol dire, evidentemente, che tali lacune non sono state rilevate dal gip”.
Così succede che un indagato si trova in carcere anche se non dovrebbe stare lì. Con tutto ciò che ne consegue: “La fase della custodia cautelare è quella più complessa, più delicata della detenzione - spiega ad HuffPost Alessio Scandurra dell’osservatorio di Antigone - perché, anche se può sembrare un paradosso, dopo la condanna in qualche modo l’accettazione del carcere è maggiore. Quando, invece, la condanna ancora non c’è la situazione diventa più difficile. Anche perché i reparti dove sono ristrette le persone in custodia cautelare sono quelli più turbolenti. Vi approdano, ad esempio, persone con una tossicodipendenza che si trovano all’improvviso private della sostanza da cui dipendono o, comunque, soggetti in condizioni complesse”. E, quindi, la sofferenza aumenta. Se si sa di essere innocenti il malessere cresce ancora di più.
Ma le ingiuste detenzioni potrebbero essere molte di più - Anche se il giudice poi riconosce che non c’era colpevolezza, o che non c’era rischio di fuga, inquinamento prove o reiterazione del reato, non è detto che il risarcimento si riesca a ottenere davvero. “Stando ai dati di quest’anno - spiega ad HuffPost Enrico Costa, parlamentare di Azione che per il garantismo e la presunzione di innocenza fa a Montecitorio una battaglia quotidiana - solo il 33% dei ricorsi proposti sono stati accolti”. Anche Catanzariti insiste su questo punto: “Le somme liquidate per ingiusta detenzione non sono mai lo specchio delle ingiuste detenzioni. Molte sono le istanze non proposte, ma soprattutto, tante sono le istanze dichiarate inammissibili”.
Qualcuno potrà pensare che è fisiologico, che non c’è nulla di strano, ma a ben vedere non è così. La legge esclude il diritto al risarcimento se il soggetto ha “concorso” alla sua condizione “per dolo o colpa grave”. Volendo tradurre il giuridichese, significa che, ad esempio, un soggetto che si è avvalso della facoltà di non rispondere, o che ha avuto un comportamento incerto durante l’interrogatorio, può vedersi negato il risarcimento. E casi di questo genere sono tanti: HuffPost aveva raccontato la storia di Giulio Petrilli, ristretto per sei anni al 41 bis con l’accusa di reati relativi al terrorismo e poi assolto. Il Dubbio racconta quella di Giancarlo Benedetti, in carcere per 500 giorni e dichiarato innocente. Ma potremmo andare avanti ore. In questi casi, per un motivo o per un altro, il giudice ha detto ‘no’ al risarcimento.
Secondo Costa il problema non è solo legislativo: “È un problema giurisprudenziale e corporativo, che porta le corti, di fatto, a non ammettere gli errori dei colleghi. Giudice non mangia giudice, verrebbe da dire. I dati presentati dalla ministra sono deprimenti e la politica dovrebbe fare battaglia, invece di disinteressarsene”. Il parlamentare è riuscito a far introdurre nella riforma dell’ordinamento giudiziario una nuova sanzione, da applicare nel caso di ingiusta detenzione che deriva da un arresto compiuto senza valutare elementi a favore dell’imputato. Ne è contento, ma si fa poche illusioni: “Ci sarà una nuova sanzione, ma se sono sempre i magistrati a gestire la materia, tuteleranno sempre i colleghi. Ci vorrebbe un soggetto terzo”, osserva, ricordando il dato di quest’anno. Solo cinque azioni disciplinari iniziate nei confronti del magistrato che ha inflitto l’ingiusta detenzione. Risultato? Nei tre casi decisi, neanche una sanzione.
Eccessivo uso del carcere preventivo e lunghezza dei processi - Ma, tenendo sempre a mente che si tratta di dati probabilmente parziali, come si spiega l’elevato numero di ingiuste detenzioni? “Sono dovute a un uso sproporzionato della misura cautelare e alla lunghezza dei processi”, osserva Ciambriello. Che poi attacca: “Per un processo ingiusto chi paga, oltre alla persona e ai familiari?”. Punta il dito contro i magistrati, ma anche contro la parte della stampa che sbatte il mostro in prima pagina, dimenticandosi poi di dar conto della successiva assoluzione: “Abbiamo bisogno che qualcuno intervenga, perché oltre alla diagnosi ci vuole la cura”.
Anche per Scandurra le ragioni della proliferazione dei casi di ingiusta detenzione sono da cercare nell’utilizzo disinvolto della custodia cautelare e nella lunghezza dei processi. Del primo aspetto, ci dice, “si è reso conto anche il legislatore, che ha introdotto misure per restringere il ricorso a questa misura. Ma, come abbiamo visto, i numeri non sono cambiati di molto. E ciò dipende da fattori extralegali”. E, cioè, dal fatto che “anche se così non dovrebbe essere, il carcere preventivo viene usato per fare pressione sull’imputato, o come anticipazione della pena. Perché c’è questa idea generale di punire al di là, anzi prima, della sentenza. Ciò è dovuto anche al dialogo, un po’ perverso, tra procura e forze dell’ordine, in virtù del quale ci si affretta a dare una risposta repressiva subito. Salvo poi il capovolgimento di quella tesi nel corso del processo”. Per Scandurra c’è una certa diffidenza nell’usare misure cautelari diverse dal carcere: “Mentre, per quanto riguarda l’esecuzione della pena, sono più i condannati fuori dal carcere che quelli ristretti in cella, per le misure preventive assistiamo a un fenomeno inverso. E la custodia cautelare è la più usata delle misure”.
Il panorama, insomma, non è affatto confortante. E diventerebbe “devastante”, osserva invece Catanzariti, se fosse disponibile un quadro più completo delle misure cautelari inflitte e confermate o meno: “Bisognerebbe accendere i riflettori sul momento in cui si concepisce la misura cautelare in carcere, perché - conclude - qui non parliamo di freddi numeri, ma di carne e sofferenza umana”.









