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di Ilaria Donatici

La Ragione, 26 novembre 2025

Le carceri italiane restano un punto cieco del dibattito pubblico. Si interviene solo quando emerge un caso eclatante, mentre il resto scorre sotto traccia. L’ultima pagina del “Diario di cella” di Gianni Alemanno, 313 giorni nel penitenziario romano di Rebibbia, porta alla luce una serie di fatti che non sono opinioni: sovraffollamento oltre ogni soglia, percorsi trattamentali bloccati, strutture al limite. La fotografia è netta. In Italia il sovraffollamento ha raggiunto il 137%, con oltre 63mila persone detenute per poco più di 46mila posti effettivi. A Rebibbia si supera il 152%. Le celle nate per quattro diventano da sei e si valuta di aggiungere una settima branda.

Le salette comuni si trasformano in camerate. I trasferimenti continui cancellano lavoro, studio e assistenza psicologica, compromettendo proprio i percorsi che dovrebbero ridurre la recidiva. Secondo Alemanno di questo passo la soglia nazionale potrebbe superare il 156% entro fine legislatura, segno di un trend ormai strutturale. A questo si aggiunge un punto politico: le misure annunciate dal ministro Nordio per affrontare l’emergenza, più volte presentate come decisive, non hanno finora prodotto effetti misurabili. I nuovi posti detentivi previsti entro quest’ anno non sono stati realizzati e, mentre si parla di piani strutturali, il sistema continua a reggere grazie a soluzioni temporanee che non incidono sulla radice del problema.

Intanto, dopo il crollo di parte del soffitto di Regina Coeli, tutti i nuovi ingressi vengono dirottati su Rebibbia, aggravando un istituto già in affanno. A pesare sono anche le nuove circolari del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, che negli ultimi mesi hanno irrigidito l’accesso di docenti, volontari, università e operatori culturali. Autorizzazioni centralizzate, richieste anticipate, pareri multipli: un meccanismo che rallenta o blocca attività che prima venivano gestite a livello di istituto. La conseguenza è concreta. Diversi operatori culturali lo hanno sperimentato direttamente: un primo via libera informale, poi il silenzio.

Nonostante solleciti e richieste ripetute, tutto si ferma. È un esempio che conferma quanto segnalato da Alemanno e Fabio Falbo (l’altro detenuto che firma il ‘diario’ con l’ex ministro ed ex sindaco di Roma): mentre si afferma di voler ampliare gli strumenti trattamentali, nella pratica li si restringe. E, come scrivono dal carcere, persino alcuni agenti - che lavorano in condizioni che non garantiscono sicurezza né a loro né ai detenuti - chiedono che venga dato spazio anche al loro disagio, segno di una pressione che non riguarda una sola categoria. La cronaca ricorda infine la fragilità del sistema: nel giro di pochi giorni due persone detenute sono morte per infarto.

Con reparti sovraffollati e organici ridotti, monitorare situazioni di rischio diventa complicato. La politica continua a parlare di sicurezza e pene più severe, ma evita di affrontare ciò che accade negli istituti. Eppure la credibilità di uno Stato passa anche dal ì: dalla gestione di luoghi che non sono fuori dal perimetro della democrazia ma una sua parte essenziale.

Trattare peggio i detenuti non produce maggiore ordine. Produce fallimenti. Il “Diario” di Alemanno non pretende di rappresentare tutto il sistema, ma ha il vantaggio di riportare circostanze verificabili che non possono essere archiviate come un caso personale. Ignorarle significa lasciare che un problema strutturale continui a crescere. E quando cresce non resta confinato dietro le mura: ricade fuori, sulla società che il carcere dovrebbe proteggere.