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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 18 giugno 2026

I dati fotografano una crescita inarrestabile. Da aprile a maggio sei piccoli reclusi in più, mentre sovraffollamento e suicidi aumentano. A fine maggio nelle carceri italiane c’erano 30 bambini. Non detenuti, ma reclusi lo stesso, perché vivono dietro le sbarre insieme alle loro madri. Le tabelle del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria contano 25 madri con i figli al seguito: 12 italiane e 13 straniere. Un mese prima, al 30 aprile, le madri erano 20 e i bambini 24. In trenta giorni se ne sono aggiunti sei. La crescita si legge istituto per istituto. Ad aprile i piccoli erano distribuiti tra Milano San Vittore, Torino Le Vallette, Bollate e l’Icam di Lauro, vicino ad Avellino.

A maggio la mappa si allarga: compaiono Castrovillari in Calabria, con una madre straniera e i suoi due figli, poi Perugia e la Giudecca di Venezia. A San Vittore, dove un mese prima i bambini erano otto, a maggio ne restavano cinque. Il totale però non cala, perché altrove sale. L’Icam di Lauro, che fino a poco tempo fa risultava inattivo e che si diceva destinato a diventare una Rems, è tornato a riempirsi: 13 bambini, il numero più alto d’Italia. Per capire come si è arrivati qui bisogna tornare alla primavera del 2025.

Il decreto sicurezza, poi diventato legge, ha cambiato una regola che reggeva da anni. Prima, una donna incinta o con un figlio sotto l’anno non entrava in carcere: il rinvio della pena era obbligatorio. Ora quel rinvio è facoltativo. Il giudice può negarlo se ritiene che ci sia il rischio di nuovi reati, e in quel caso la pena si sconta in un istituto a custodia attenuata, l’Icam. Sulla carta una struttura più morbida, di fatto pur sempre un luogo chiuso dove cresce un bambino. La detenzione domiciliare e le case famiglia protette, pensate proprio per risparmiare ai più piccoli l’impatto del carcere, restano l’ultima scelta, poco usata e poco finanziata. Antigone aveva previsto l’effetto. Nel suo ultimo rapporto, intitolato “Tutto chiuso” e presentato a maggio, l’associazione segnala che al 31 marzo i bambini reclusi erano 26, contro gli 11 dello stesso periodo dell’anno prima. Più del doppio.

A metà 2025 erano 19, a fine anno 26. “Era un dato che avevamo previsto”, scrive Antigone, che collega l’aumento proprio alla cancellazione dell’obbligo di rinvio. Qualche magistrato di sorveglianza ha provato a frenare, come a Bologna, dove il giudice ha continuato ad applicare la norma vecchia ritenendo che quella nuova, più dura, non possa valere all’indietro. Nel frattempo la legge di bilancio 2026 ha tagliato di oltre il 60 per cento i fondi per le strutture della giustizia minorile. Quei 30 bambini non vivono in un luogo qualunque. Vivono in un sistema che a fine aprile contava 64.436 detenuti per 46.318 posti realmente disponibili, con un sovraffollamento reale del 139 per cento.

Settantatré istituti viaggiano oltre il 150 per cento, otto superano il 200. Oltre sei detenuti su 10 passano quasi tutta la giornata in cella, e l’uso dell’isolamento come punizione è cresciuto del 171 per cento. Lo stesso San Vittore è tra le carceri più affollate del Paese. Sullo sfondo c’è il conto dei morti. Nel 2025 si sono tolte la vita 82 persone, e dall’inizio del 2026 i suicidi erano già 24 al momento del rapporto. In un anno e mezzo 106 detenuti hanno deciso di farla finita. Un recluso su cinque si procura ferite, quasi metà della popolazione detenuta ricorre a sedativi. È l’ambiente in cui, oggi, crescono dei neonati. Antigone chiede al governo di cancellare la norma e di tornare a tenere i bambini fuori dalle sbarre. Per ora i numeri vanno nella direzione opposta, e ogni nuova tabella mensile aggiunge qualche culla in più dietro un cancello chiuso.