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di Marta Serafini

Corriere della Sera, 5 aprile 2025

Ruwaida Amer, giornalista freelance di Khan Younis, è tra le finaliste del Premio Inge Feltrinelli. “Quando l’esercito ha spianato il cortile della scuola, i soldati hanno visto che l’edificio era in ricostruzione ma sono andati avanti lo stesso. È un posto vicino al mio cuore e piango ancora per il dolore. Ma resto orgogliosa di essere un’insegnante a Gaza”. Con la sua inchiesta pubblicata su +972 Magazine, è stata tra le finaliste del Premio Inge Feltrinelli, di cui si è da poco tenuta la cerimonia di premiazione a Milano. Via WhatsApp, dalla Striscia, Amer racconta al Corriere cosa vuol dire vivere e lavorare sotto i bombardamenti mentre tutto intorno a te viene distrutto. Ma anche del suo articolo dedicato ad un edificio a lei caro spianato dai bulldozer dell’Idf, la Rosary Sisters School, una scuola cattolica privata nella zona di Tal el-Hawa a Gaza City.

Com’è stata la tua infanzia e la tua educazione a Gaza?

“Sono nata nella Striscia di Gaza, nella parte meridionale, a Khan Younis, verso il mare. Ho trascorso nove anni nel campo profughi a ovest della città. È stata un’infanzia molto difficile con l’occupazione israeliana e la paura costante. Nel 2000, quando l’esercito israeliano ha lanciato un’operazione nella nostra zona zona, ho dovuto lasciare la mia casa d’infanzia, sfollando nel cuore della notte. Quando siamo tornati qualche giorno dopo, abbiamo trovato la casa completamente distrutta. Il ricordo dell’Eid al-Fitr (la festa che segna la fine del Ramadan, il mese sacro per i musulmani, ndr) per me è legato alla demolizione della nostra casa. Dopo due anni di sfollamento, abbiamo ottenuto una casa alternativa dall’Unrwa (l’agenzia delle Nazioni Unite che opera in West Bank e Gaza, ndr) a est di Khan Younis e abbiamo vissuto lì per cinque anni. Poi, nel 2007, è iniziata la guerra. Questa iniziata dopo il 7 ottobre è la più dura e difficile”.

Prima di diventare giornalista cosa facevi?

“Ho studiato biologia all’università per diventare insegnante ma già all’epoca avevo una grande passione per la scrittura e la produzione cinematografica. Dopo la laurea, ho lavorato contemporaneamente nel giornalismo. Cinque anni fa, ho iniziato a lavorare alla Rosary Sisters School, l’esperienza educativa più meravigliosa che abbia mai avuto. Nonostante lavorassi in decine di centri educativi, insegnare ai bambini a scuola era diverso e mi dava forza”.

Perché la Rosary Sisters era diversa dalle altre scuole?

“Scrivere della scuola e dei miei studenti mi ha fatto rielaborare l’accaduto. Ho imparato da loro e loro hanno imparato da me. Amavo il laboratorio scientifico e consideravo i miei studenti miei figli. Ogni volta che avevo preoccupazioni e dispiaceri nella mia vita personale, sparivano quando entravo a scuola e iniziavano le lezioni. Tutto era diverso in quelle aule: le lezioni di scienze e le loro attività educative, attività ricreative, lunghe conversazioni con i bambini. Questo grande amore per loro mi ha fatto sentire molto la loro mancanza e sento ancora un vuoto enorme. Durante la guerra, alcuni dei miei studenti e colleghi sono stati uccisi. Ed è a loro che dedico il premio: Issa, Salma, Habeeba e Abdullah, e dei miei colleghi Wasima, Wahiba e Lisa, la madre di Issa. Issa è stato ucciso con sua madre e suo padre. Un’intera famiglia che non c’è più”.

Lo hai raccontato nella tua inchiesta: anche quella scuola, come molte altre, non c’è più...

“La scuola era stata danneggiata dai bombardamenti del 2021, non avevamo ancora finito di ricostruirla. Quando l’esercito ha spianato il cortile hanno visto che era ancora in costruzione. È un posto vicino al mio cuore e piango ancora per il dolore di aver perso i momenti felici trascorsi in quel luogo. Quando mi hanno contattato per il premio, ero molto felice perché era legato alla scuola. Ho sentito di essere riuscito a combinare il mio lavoro di insegnante e giornalista”.

Cosa significa essere una giornalista a Gaza?

“Il mio lavoro in guerra non è mai stato facile. Ho attraversato molte esperienze difficili e ne ho scritto nei miei articoli, incluso il fatto di essere rimasta ferita in un bombardamento vicino a casa mia. Non piango e non parlo ma la scrittura mi ha aiutato a essere forte ed esprimere ciò che è dentro di me. Durante le guerre passate, non ho mai coperto le notizie perché lavoro come produttrice. Ma questa guerra è diversa, l’apprezzamento delle persone e il continuo supporto mi fanno sentire che devo andare avanti”.

Dopo la fine del cessate il fuoco nella Striscia, sono ripresi i raid israeliani, cosa pensi succederà? Abbiamo visto anche Hamas scendere in piazza…

“La situazione a Gaza è tragica, ho scritto decine di articoli e prodotto decine di video-racconti e documentari, ma è indescrivibile. Abbiamo perso più di 50.000 persone, tra cui una grande percentuale di bambini e donne. La distruzione è spaventosa: Gaza era un pezzo di paradiso prima della guerra, una Riviera molto più bella di quella che pensa di ricostruire Trump. Non c’è cibo né acqua, e anche in questo momento in cui parlo ho molta fame. Noi vogliamo solo che guerra finisca in modo da poter pensare al nostro futuro e ricostruire casa nostra. Gaza siamo noi, non esiste Gaza senza la sua gente. Ma siamo come l’araba fenice, rinasceremo dalle nostre ceneri”.