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di Cristina Dell’Acqua

Corriere della Sera, 17 aprile 2022

Nelle fasi di emergenza bisogna trovare la strada che ci consenta di dare il meglio. Soprattutto i giovani che il loro lato umano terribile e meraviglioso lo stanno coltivando sui banchi.

D einós è un aggettivo greco. Significa terribile e meraviglioso al tempo stesso. Questa piccola parola - deinós - per i Greci ha un significato immenso, quasi intraducibile (croce e delizia di studenti di ogni epoca). La sua radice etimologica significa temere e descrive quel senso di stupore misto a paura, quasi una vertigine, che proviamo davanti a qualcosa di stra-ordinario. Deinós è la guerra con la sua potenza distruttiva come lo è l’amore con la sua forza travolgente. Un aggettivo che sta molto a cuore a Sofocle, il tragediografo del V secolo a. C., e che ben si addice a chi, come lui, ha una spiccata propensione introspettiva per l’animo umano.

Per Sofocle lo è la compassione (che bella parola!) di una donna per un’altra donna, nata libera e strappata alla sua casa e alla sua famiglia in quanto prigioniera. E più di ogni altra cosa per Sofocle terribili e meravigliosi siamo noi, gli esseri umani. Le sue tragedie, in particolare le Trachinie e l’Antigone qui citate, sono libri con cui dovremmo di tanto in tanto restare soli per soppesarne le parole.

Noi uomini siamo fatti del coraggio e dell’intelligenza necessari per vivere tra le fatiche e i pericoli della vita. Il nostro lato meraviglioso. Ma sappiamo anche mettere in campo l’aspetto di noi stessi più terribile e distruttivo.

Due è il numero del dubbio, della scelta e dei lati opposti di cui siamo fatti: nell’arco di una vita gli incontri, gli studi, le letture e la cultura possono valorizzarne il migliore. Nei momenti di emergenza bisogna trovare la strada che ci metta in condizioni di dare il meglio di noi. E questo vale soprattutto per i giovani che il loro lato umano e deinós lo stanno coltivando sui banchi di scuola. Si tratta di momenti storici molto delicati, occorre scommettere sui talenti e puntare sulla caparbietà di chi non rinuncia a immaginare un futuro e a crederci. Siamo davanti a una prova di maturità dell’intero mondo scolastico.

La partita è delicata. Da un lato professori che conoscano, amino e, soprattutto, sappiano trasmettere ciò che insegnano. Fatico a immaginare che il talento di un professore per un compito così complesso possa essere individuato da test a quiz come quelli a cui è sottoposto in questi giorni l’esercito dei precari (molti di loro insegnano già da anni senza un’assunzione).

Sia chiaro che conta moltissimo la conoscenza di ciò che si vuole insegnare. Rem tene, verba sequentur, prima possiedi i contenuti, le parole arriveranno da sole. Ma la priorità è sperimentarsi con gli animi delle studentesse e degli studenti per sentire in modo vivo la responsabilità della loro formazione umana e professionale.

È arrivato il tempo di dare una forma stabile a corsi di laurea magistrale in metod i (e metodo significa strada) di insegnamento specifici per ogni corso di laurea e che prevedano dei tirocini nelle aule vere con studenti in carne e ossa. Tempo che i futuri docenti dedicheranno per affinare la loro professionalità.

Insegnare non vuol dire improvvisare. Vuol dire lavorare (anche su se stessi, come in ogni professione) per veicolare ciò che si sa in modo interdisciplinare, con il supporto di tecnologie (dove serve per avvicinarsi al linguaggio dei più giovani), di laboratori (di chimica e di teatro), di molta cultura personale e capacità di osservazione. E tradurlo in vita degli altri.

È più che mai il momento di scommettere sui giovani, accettare le sfide dichiarate ma non sempre affrontate. Le professioni dove si giocheranno le sfide del futuro prossimo si basano sui temi delle fonti energetiche e della sostenibilità (umana prima di ogni altra cosa). Abbiamo bisogno dei nostri giovani, forze che credano fortemente di essere tra i protagonisti del cambiamento.

Dall’altro lato gli studenti, anime porose su cui non scivola via nulla di inosservato: ricettive a ogni sguardo, parola o gesto. L’anima degli adolescenti è costellata di microscopici spazi ancora vuoti, quei pori che in greco suonano anch’essi come poroi, porte che aprono al mondo tutti i loro sensi.

Un professore deve saper osservare le attitudini naturali dei suoi alunni. Ci sono alunni refrattari alle regole e alunni che si trovano a loro agio solo con paletti molto stretti; altri (in apparenza?) svogliati, poi quelli che hanno paura a esporsi. In classe si deve saper trovare la strada per arrivare a ognuno di loro, capire cosa li illumina, quale effetto può avere un rimprovero o una gratificazione. Solo allora si è vicini al loro talento e solo quando si è creato un terreno di lavoro si possono cominciare a seminare i semi delle proprie discipline.

La scuola ha un potere formidabile: non avere paura, insegnare ai suoi giovani a non averne e svelare il loro lato meraviglioso perché sia di tutti. E formidabile è una parola che incute rispetto.