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di Veronica Rossi

vita.it, 18 dicembre 2025

“Riguarda tutti noi” è un documentario di Giovanni Panozzo nato da un’idea dell’associazione Docenti per l’istruzione in carcere - Doc. La telecamera entra nella Casa circondariale di Trieste per raccontare come l’istruzione possa diventare uno strumento concreto di riscatto, riduzione della recidiva e reinserimento sociale. Un racconto corale che chiama in causa la responsabilità delle istituzioni e della società tutta. “Io credo che oggi abbiamo bisogno - tanto - di considerare che in carcere ci sono persone che devono ritrovare la loro umanità. E la scuola in carcere ha questo ruolo fondamentale, cruciale, non solo per loro, ma per tutta la società”.

È con queste parole di Patrizio Bianchi, già rettore dell’università di Ferrara e Ministro dell’istruzione sotto il governo Draghi, che si conclude il documentario “Riguarda tutti noi” di Giovanni Panozzo. Il regista entra nella Casa circondariale “Ernesto Mari” di Trieste per raccontare il valore dell’istruzione in carcere, i percorsi di formazione attivati e le opportunità che è possibile - e doveroso - costruire per le persone che hanno commesso un errore e stanno scontando una pena. Il film è stato realizzato dall’associazione Docenti per l’istruzione in carcere- Doc, con il contributo della Regione Friuli Venezia Giulia.

Nei quaranta minuti della pellicola emergono storie di vita, di dignità e di riscatto: racconti di persone che, vissute a lungo ai margini, non hanno avuto nemmeno la possibilità di una prima occasione per esprimere sé stesse. “Offrire delle opportunità alle persone detenute significa diminuire il rischio di recidiva”, dice Emilia Colella, presidente di Doc e ideatrice del documentario insieme alla vicepresidente Laura Pacini. “Permette loro di reinserirsi nel tessuto economico e lavorativo acquisendo quella sicurezza sociale da tutti agognata”. Affinché il carcere sia davvero uno strumento di riabilitazione, è necessario che il tempo trascorso al suo interno diventi un’occasione di riflessione, apprendimento e riscatto, e non un tempo vuoto che acuisce il malessere, il senso di frustrazione e l’incapacità di progettare il futuro.

La casa circondariale di Trieste non è esente dalle criticità e problematicità di cui soffrono i contesti detentivi: Chiara Miccoli, capoarea del comparto giuridico pedagogico della struttura, evidenzia la piaga del sovraffollamento. A fronte di una capienza regolamentare di circa 139 persone ad oggi i detenuti presenti sono quasi il doppio, dai 240 ai 260. Tuttavia, tutti gli attori preposti al reinserimento, nonostante la drammaticità della situazione, si impegnano quotidianamente per proporre progettualità che possano rafforzare le competenze già acquisite o svilupparne di nuove e collegando le stesse a un futuro reinserimento lavorativo attuando quel ponte imprescindibile tra il dentro e il fuori.

Partecipare ai percorsi d’istruzione e formazione in carcere è fondamentale ma c’è bisogno, da parte delle Istituzioni competenti, di investire in risorse umane e economiche, di rivedere l’impianto metodologico e ripensare a un’istruzione carceraria slegata da una concezione vetusta della classe e dell’insegnante, soprattutto in un contesto in cui non è possibile nemmeno connettersi a internet. Chi va a lezione, nei penitenziari, sono uomini e donne adulti, che hanno voglia di accedere a competenze pratiche che permettano loro di costruirsi un futuro diverso rispetto a quello segnato dal proprio sbaglio.

Ai docenti che entrano nelle carceri, che scelgono di portare la propria professionalità e credono nelle potenzialità del loro lavoro, serve che venga dato ascolto, credito, spazio d’azione. “Tra gli obiettivi che ci siamo prefissati con la creazione di questo docufilm c’è quello di sensibilizzare non solo la società civile con un occhio di riguardo agli studenti, gli uomini e le donne di domani, ma anche le Istituzioni competenti affinché si possa costruire un vero asse dell’istruzione carceraria”, afferma Colella, “in grado di riconoscere una specificità professionale al docente che lavora in carcere, per rendere il suo ruolo più autonomo, competente e connesso con il territorio”.

Corso di scrittura creativa con le detenute della casa circondariale di Trieste

Le persone detenute non possono uscire; è il mondo esterno che deve entrare, mostrare le alternative possibili alla delinquenza. E chi, se non un insegnante, che impara giorno per giorno a conoscere i suoi studenti, può fare al meglio questo lavoro di raccordo? “Il docente carcerario non può più essere considerato un semplice ospite nel sistema penitenziario, concezione arcaica e obsoleta per i tempi complessi che viviamo”, conclude la presidente di Doc, “ma deve diventare un ponte stabile tra il carcere e il mondo esterno, capace di integrare istruzione, formazione, progettazione, orientamento e reinserimento. “Riguarda tutti noi” racconta anche le difficoltà che incontriamo, le barriere che esistono tanto quanto la possibilità di aprirle. Il messaggio è che se l’istruzione fallisce o non arriva in quei luoghi chiusi e totalizzanti a pagare non è solo chi sta dentro. A pagare siamo tutti noi”.