di Chiara Saraceno
La Stampa, 19 gennaio 2025
In che cosa consiste l’identità italiana e quali sono i popoli italici la cui storia il ministro Valditara vuole mettere al centro della formazione nella scuola primaria? Altri, anche su questo giornale, hanno segnalato i rischi educativi di una chiusura al mondo, alle sue diversità e interrelazioni proprio in un periodo in cui queste irrompono, anche drammaticamente, nella nostra vita quotidiana e richiederebbero capacità di lettura ancora maggiori e anticipate rispetto a cinquant’anni fa. Qui mi interessa riflettere sui concetti stessi di identità e popoli italici che apparentemente il ministro e i suoi consulenti danno per scontati.
Identità è un concetto impegnativo già quando si riferisce agli individui, come ha argomentato Remotti nel suo Contro l’identità, sulla base della ricerca antropologica, mostrandone l’inevitabile artificialità riduttiva della complessità. Figuriamoci quando si riferisce a collettività, addirittura ad una nazione. Nel caso dell’Italia, il “fare gli italiani” auspicato da D’Azeglio dopo l’unificazione, ha dovuto e deve fare i conti con tradizioni, lingue (i dialetti), culture locali, persino cibi e cucine anche molto diverse, che a loro volta derivano da storie politiche, economiche, migratorie, differenti.
Premesso che anche i linguisti e gli storici non concordano su quali popolazioni possano essere identificate anticamente come “popoli italici” (solo quelli che parlavano le lingue osco-umbre o anche quelli che, pur non parlando una lingua indo-europea, come i liguri e gli etruschi, abitavano nella penisola), l’Italia è stata nei secoli attraversata e popolata anche da altre genti provenienti da paesi anche lontani, con le loro lingue, tradizioni, tratti somatici. Lo testimonia il mio stesso cognome.
Un multiculturalismo e multilinguismo non sempre adeguatamente riflettuti ed elaborati sono una caratteristica persistente del comune essere italiani, dove neppure la lingua è diventata davvero comune come mezzo di espressione e comunicazione importante, stante che in molte zone d’Italia è il dialetto locale ancora oggi la lingua madre e l’italiano usato solo come lingua per gli “altri”, o per le comunicazioni ufficiali. Cancellare queste diversità in nome di una identità omogenea, oltre che una semplificazione, sarebbe un impoverimento.
Al contrario, esplicitarle ed elaborarle consentirebbe di vedere come, appunto, l’appartenenza ad una comunità, ad una nazione, avvenga per incontri, incroci, integrazioni più o meno riuscite o forzate, modifiche reciproche. E perciò non è né rigida e monodimensionale, né immobile. Per questo la conoscenza della storia è importante, purché non venga contrabbandata come storia una narrazione di comodo unilineare e isolata da quanto succede nel resto del mondo.
E purché la storia nazionale venga collocata nel contesto globale, come aveva a suo tempo indicato De Mauro come ministro dell’istruzione. Indicazioni progressivamente svuotate dai ministri che si sono succeduti, fino ad arrivare a queste ultime.
Leggendo le dichiarazioni del ministro Valditara, invece, mi sembra di tornare alla mia esperienza di ragazza alla fine degli anni Cinquanta del secolo scorso, quando per un anno frequentai una high school negli Stati Uniti. L’insegnamento della storia (ed anche della geografia) era non solo circoscritto a quella degli Stati Uniti, ma la distruzione e il confinamento delle popolazioni indigene erano raccontati in chiave di conquista dei territori da parte dei bianchi, la tratta dei neri e la schiavitù come fenomeni marginali, la diversa composizione e lo status sociale delle migrazioni europee ignorate. Benché gli Stati Uniti si gloriassero di essere una melting pot, i componenti effettivamente riconosciuti di quella mescolanza erano molto selezionati e le modalità in cui era avvenuta fortemente censurate. La reazione nota come cancel culture e le rivendicazioni di identità particolaristiche ha origine in quelle censure e cancellazioni.
Il paradosso nostrano dell’evocazione dell’identità italiana e dei popoli italici è che proviene da un ministro che fa parte di un partito che con l’autonomia differenziata rivendica orgogliosamente l’esistenza di diversità culturali (quando non antropologiche) territoriali, cristallizzando non solo o tanto le differenze, quanto le diseguaglianze tra italiani sulla base dell’appartenenza territoriale. Non solo i bambini e le bambine stranieri, anche quelli italiani potrebbero avere difficoltà a percepirsi come inclusi in una appartenenza, non dico identità, comune se si sperimenteranno, come già succede, trattati come diversi ed avranno persino informazioni differenti sulla specificità della loro identità collettiva intesa come identità locale.










