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di Ilaria Dioguardi

vita.it, 11 luglio 2026

Claudio Bottan, classe 1959, ha trascorso oltre sei anni in carcere. Simona Anedda, 52 anni, dal 2012 convive con la sclerosi multipla: è su una sedia a rotelle, ha perso l’uso delle gambe e delle braccia. Le sue gambe e le sue braccia sono diventate quelle di Claudio, che oltre a essere suo compagno di vita, condivide con lei gli incontri nelle scuole, nelle università, nelle carceri. “Senza pietismo, con autoironia, cercando di contrastare i pregiudizi, raccontiamo le due prigioni. Una è quella con le sbarre, l’altra è quella dei corpi e della malattia, che non ha fine pena purtroppo”.

Bottan, ci racconta la sua storia, da prima del carcere in poi?

Nella mia vita precedente sono stato un imprenditore ossessionato dalla voglia di fare denaro, calpestavo tutto e tutti. Finché una mattina, mentre giocavo a golf, è arrivata la Guardia di Finanza e mi ha detto: “Ci deve seguire”. Ho fatto ingresso nel carcere di Busto Arsizio, da quel giovedì del 2016 sono passati oltre sei anni durante i quali ho avuto nove trasferimenti in altrettante carceri diverse.

Come mai così tanti trasferimenti?

Innanzitutto, perché ero arrabbiato con la vita e sfogavo la mia rabbia scrivendo. Scrivevo soprattutto ai quotidiani, denunciando le condizioni disumane che vedevo intorno a me. Stranamente ho scoperto che, mentre non mi ascoltavano i direttori delle carceri, i direttori dei quotidiani pubblicavano e questo mi dava ancora più stimolo per continuare. Scrivere in carcere è disturbante, di conseguenza avevo lunghi periodi di isolamento e tanti trasferimenti. Però, non avrei potuto girare la testa dall’altra parte e far finta di non vedere illegalità, tentativi di suicidi, suicidi, cibo che non bastava per tutti, condizioni disastrose. Nonostante i trasferimenti e le condizioni tremende del carcere di Busto Arsizio (era l’istituto, insieme a quello di Piacenza, da cui erano partiti i ricorsi dei detenuti che hanno poi dato vita alla “sentenza Torreggiani”), ho sempre chiesto di tornare in quel penitenziario. Lì avevo incrociato volontari che mi trattavano da persona e non da detenuto, ci sono tornato tre volte. L’ultima volta ho avuto la possibilità di lavorare per il “giornalino” che allora si faceva in quel carcere e di ottenere l’articolo 21: uscivo la mattina per andare nella redazione esterna e facevo ritorno la sera. Dopo qualche mese, ottenuta la misura alternativa dell’affidamento in prova, sono andato a lavorare per un service editoriale a Milano. Mi sono imbattuto in un articolo di Vita che raccontava di una pazza scatenata che voleva partire con la sua carrozzina fino ai piedi dell’Himalaya. Mi ha colpito profondamente il coraggio e la determinazione di questa giovane donna e ho deciso di provare a contattarla attraverso i social. Con una premessa: “Sono un ex detenuto”.

Anedda, riavvolgiamo il nastro anche con lei. Quando le è stata diagnosticata la sclerosi multipla?

Fino al 2012 ho avuto una vita normalissima, lavoravo come tour leader, ero sempre in viaggio e poi, come un fulmine a ciel sereno, ho iniziato a cadere. C’è voluto quasi un anno per capire cosa avessi. Il mio mondo è cambiato con la diagnosi di sclerosi multipla nella forma primariamente progressiva, quella che non conosce cure. Il medico di allora mi disse subito che al 90% sarei andata a finire su una sedia a rotelle. La mia reazione è stata: “Ora sono in piedi, parto per il Brasile”. Per fortuna ho dato retta all’istinto, ora non sarei più in grado di fare quello che ho fatto. È stato un viaggio di due mesi da sola, come ero abituata a fare, sono andata in Amazzonia, da Rio a San Paolo, a Salvador de Bahía, a Manaus. Ero senza un lavoro (nessuno mi faceva lavorare, vista la mia malattia), senza una pensione. Nel 2016, il mio sogno era di andare in India, avevo appena letto il libro Un altro giro di giostra di Tiziano Terzani, volevo fare un viaggio come il suo. Dopo il lancio di una raccolta di crowdfunding sulla piattaforma “Produzioni dal basso”, per poter raccogliere fondi per il mio viaggio, sono stata contattata da tanti giornalisti, anche da Claudio.

Com’è stato il vostro primo incontro, prima a distanza e poi in presenza?

Dopo avermi contattata sui social chiedendomi un’intervista, dicendomi che era un ex detenuto, gli ho chiesto chi avesse ammazzato. Poi mi ha intervistato, ma in realtà l’intervista l’ho fatta io a lui. Circa un mese dopo l’intervista, ero a Milano in ospedale per dei controlli prima di partire l’India e mi è venuto a trovare. Sono riuscita subito a metterlo in imbarazzo chiedendogli di accompagnarmi in bagno. Io ho sempre chiesto aiuto al primo che capita. In ospedale, in treno, non ho mai coinvolto la mia famiglia per accompagnarmi. Appena sono partita è stata aperta la mia pagina Facebook In viaggio con Simona, seguita subito da molte persone. Dopo il mio ritorno, con l’aiuto di Claudio ho aperto il blog. Dopo esserci visti di nuovo a Milano, nel 2018 gli ho chiesto se volesse diventare il mio badante. Ha accettato, viviamo insieme a Roma.

Simona Anedda in uno dei suoi viaggi.

Oltre a essere una coppia nella vita, siete una coppia anche negli incontri nelle scuole, nelle università, nelle carceri. Come mai avete deciso di intraprendere quest’altro “viaggio” insieme?

Bottan: Io e Simona raccontiamo le due prigioni: quella con le sbarre, che ho vissuto io. Anedda: …e quella dei corpi, della malattia, che non ha fine pena, purtroppo. È un modo per motivare le persone che abbiamo di fronte, cercando di far capire loro che se ce la facciamo noi, se ce l’abbiamo fatta noi, c’è speranza per chiunque.

Bottan, come parlate ai giovani?

Parliamo senza pietismi, utilizziamo spesso l’autoironia, che ci accomuna, per demolire i pregiudizi o la paura di rivolgere domande. Abbiamo scoperto che soprattutto gli studenti non hanno peli sulla lingua, non si tirano indietro. Abbiamo anche fatto degli incontri con le scuole all’interno delle carceri, all’Ucciardone, con persone detenute e studenti insieme, è stato un bel confronto. La domanda che più mi ha colpito in diverse occasioni è stata: “Ma chi te lo fa fare?”. È comprensibile che uno che esce dalla prigione non ne voglia più sentir parlare. Nel mio caso, continuare a parlare di carcere, a scriverne e a fare volontariato anche con Voci di dentro, la rivista del carcere di Chieti di cui sono vicedirettore, nasce dal bisogno di restituire una parte del bene che ho ricevuto dal volontariato. È anche un modo per non sprecare il dolore, per trasformarlo in qualcosa di costruttivo, e di sopravvivere agli incubi notturni nei quali si ripresenta puntualmente il carcere con i suoi rumori. Quindi, forse sono anche egoista, lo faccio per me, lo faccio per star meglio.