di Gianni Cuperlo*
Il Domani, 18 giugno 2025
“La prima vittima della guerra è il pensiero”, così Gabriele Segre qualche giorno fa su La Stampa. Credo abbia ragione. Ciascuno di noi può testimoniarlo nella sfera quotidiana, nelle relazioni amicali e familiari, nello spazio ampio e plurale del discorso pubblico. Non si tratta di una novità, altre stagioni hanno visto peggiorare sino a liquefarsi l’amalgama sociale e culturale che, in condizioni ordinarie, scorta una dialettica delle differenze. A spezzare quel vincolo è un fattore storico irriducibile nella sua carica di offesa e violenza, la guerra appunto. Scaffali di biblioteche si sono riempiti di studi analitici, talora impietosi, su processi degenerativi dove le culture dell’odio hanno prevalso sulle radici di un’umanità cosciente del valore della vita, anche di quella dell’avversario o del nemico. Il punto è che, seppure in modi diversi, la lingua del tempo di guerra riguarda tutti perché incide sul modo d’interpretare il mondo.
L’anima requisita - Che si tratti delle radici dei conflitti o della scelta sul riarmarsi, possono derivarne visioni inconciliabili dentro i partiti, tra nazioni e generazioni. La stessa offensiva militare d’Israele sull’Iran con la decapitazione del piano di arricchimento dell’uranio e l’obiettivo non dichiarato, ma sotteso, di un regime change del potere degli ayatollah alimenta da giorni chiavi opposte di letture che prefigurano scenari più simili a distopie che a immaginari realistici. Tutto ciò impatta l’uso delle parole, tema affrontato in anni lontani da Victor Klemperer, filologo ebreo sopravvissuto alla Shoah. I nazisti - spiegava in LTI, La lingua del Terzo Reich - non hanno inventato nuove parole, hanno stravolto il significato a quelle che c’erano, si potrebbe dire che ne abbiano requisito l’anima.
Oggi due guerre condizionano la nostra agenda e la percezione del mondo reale per come si è intristita. Sei o settecentomila, ma c’è chi evoca la cifra agghiacciante di oltre un milione di morti in terra Ucraina, milleduecento ebrei assassinati all’alba del 7 ottobre 2023 dai terroristi di Hamas, decine di migliaia i palestinesi uccisi per vendetta negli oltre seicento giorni che ci separano da quel pogrom. Tra loro, uomini donne bambini, neonati sepolti sotto le bombe cadute anche su scuole e ospedali, o vittime del freddo e della fame.
La rottura degli argini - Per mesi ho letto analisi, documenti, appelli, cogliendo una spirale tesa a radicalizzare il giudizio su quelle singole parabole. Potrei fare delle citazioni letterali, ma non cambierebbe la sostanza. L’esito? Una rottura degli argini che in altri momenti avevano impedito l’esondazione dal perimetro di un discorso critico, problematico, per definizione intriso di differenti letture e ricostruzioni. Dalla trama degli eventi ai vissuti personali quasi ogni complessità è finita avvinta dentro le maglie di una versione giudiziaria della storia. Dove operava la pratica del dubbio si è imposta la ratio delle sentenze. Dove influivano interrogativi propri di un approccio intellettuale si sono applicate scomuniche. È come se in un cupio dissolvi della “ragione” siano venute avanzando formule proprie della denigrazione e annientamento morale dell’altro da sé. Il tutto aggravato dall’irruzione di un linguaggio virtuale capace di usare la falsificazione come arma di distruzione del senso.
L’enfasi e l’insulto - Rapidamente sono scomparsi gli interlocutori, sostituiti da antagonisti depurati da qualunque profilo di indulgenza, comprensione o semplice riconoscimento della loro alterità. A corollario, l’imporsi dell’enfasi sull’argomento e l’insulto promosso a patrocinio in uno scopo ultimo che non era più la pratica del confronto, bensì la negazione dello spazio del discorso occupato dagli altri. Ora, perché assegnare tanta cura ad aspetti apparentemente formali quando il merito dovrebbe prevalere sul resto, trattandosi di fatti devastanti per l’impatto prodotto sui destini di terre, popoli, nazioni?
Per due motivi almeno. Il primo, che può apparire di dettaglio, ma non credo lo sia, è in un effetto emulazione che fa derivare da questo diverso clima forme morbose di aggressività paradossale o patologica. Non credo servano esempi da pescare tra i molteplici degli ultimi tempi, a far testo basta la nuda cronaca compresi alcuni slogan sciagurati sulla fine d’Israele o l’utilizzo strumentale delle accuse di antisemitismo. Qualche anno fa, Gustavo Zagrebelsky lamentava la “forza conformatrice del senso comune” spiegando come operasse anche senza che ce ne accorgessimo. Ne era derivata una battaglia semantica dove tutti i termini avevano finito per rendersi giustificabili con un degrado capace di contagiare anche chi aveva cercato di arginare l’onda.
La banalizzazione dei contenuti - Un’assuefazione che ben prima degli ultimi conflitti aveva sdoganato l’aggressione verbale, il dileggio, l’uso pubblico della volgarità. Quasi inevitabilmente il tutto è avanzato di pari passo a una banalizzazione dei contenuti e alla caricatura di quanto non si contempla più come appartenente all’universo giusto del dire.
La distinzione tra “alto” e “basso”, ammesso avesse avuto qualche ragion d’essere nel passato, si è risolta un po’ come per la lotta di classe vinta dai ricchi. Nel caso della lingua, del discorso pubblico, a prevalere non è stato neppure il “basso” in quanto tale, ma la retorica dell’esclusione, una lingua immiserita, involgarita, tutta volta a dettare una percezione scorretta della realtà. L’altro motivo è nel venir meno di una capacità egemonica del pensiero sulle dinamiche brutali del conflitto.
Se l’intero discorso pubblico deborda dai canoni e limiti tipici delle democrazie, ricostruire quel perimetro unitamente ai suoi argini sarà terribilmente complicato. Un po’ come per le conseguenze di ogni guerra, con l’idea che la firma in calce a un trattato di pace basti a estinguere l’odio che quella guerra ha prodotto e radicato nelle generazioni entranti. Allo stesso modo, distruggere lo spazio condiviso del discorso pubblico non può che proiettarsi nel tempo prossimo con guasti sino a oggi colpevolmente taciuti.
“Dobbiamo disarmare le parole per disarmare le menti e disarmare la Terra”, così papa Francesco in una lettera al Corriere della Sera durante l’ultimo ricovero. Concetto ripreso da Leone XIV nel messaggio per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali: “Disarmiamo la comunicazione da ogni pregiudizio, rancore, fanatismo e odio; purifichiamola dall’aggressività”. E ancora: “Una comunicazione disarmata e disarmante permette di condividere uno sguardo diverso sul mondo e di agire in modo coerente con la nostra dignità umana”. Per questo, concludeva, occorre “scegliere con consapevolezza e coraggio la strada di una comunicazione di pace”. La vera domanda è se possiamo ancora riuscirci. E con quali antidoti.
Cosa diceva Foa - Il primo e più essenziale è ridare ruolo e spazio a tutti i luoghi dove si alimenta e produce cultura. Arte, letteratura, musica, informazione e saperi, dunque in cima a tutto studio e formazione, scuole, università, laboratori della ricerca, il pluralismo delle fonti come valore. Anche per rafforzare la risposta all’allarme suonato su queste pagine da Mariano Croce a proposito di una “guerra esistenziale”, concetto che “rischia di sedurre e attecchire”, da cui il bisogno di “evitare ogni nostra collusione, denunciarne la subliminale pedagogia guerresca e quindi bandirlo, come si fa con il turpiloquio e le espressioni blasfeme”.
L’anziano Vittorio Foa dettava questa nota in una prefazione per il breve saggio sul linguaggio della politica di Federica Montevecchi: “Penso molto alle parole della politica, alla loro capacità o incapacità di comunicare, e penso al carattere plurale di queste parole, alla molteplicità di significati, e anche di contraddizioni, che esse possono raccogliere: solo leggendo la loro interna contraddizione, la loro polarità, riusciamo a capirle”. Al fondo è lì che si dovrebbe tornare, a quella capacità di non sottrarre mai alle parole la loro forza contraddittoria senza la quale non diventano più coerenti, ma solo più inutili, disperate e violente.
*Deputato Pd











