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di Enzo Riboni

Corriere della Sera, 24 luglio 2023

Quadro poco confortante dagli ultimi dati: un nato all’estero su 3 si sente discriminato. Lingua, lavoro e pregiudizi tra gli ostacoli. Sacche di povertà, le donne più penalizzate.Occupazioni al di sotto delle competenze. Non è facile, per gli immigrati, l’integrazione in Italia: handicap di varia natura, infatti, rendono arduo il traguardo dell’appartenenza. Dalla lingua all’acquisizione di cittadinanza, dall’ottenimento di un’occupazione alla qualità del lavoro, dalla difficoltà della condizione femminile alla diffusione di pregiudizi e sentimenti di razzismo. Sono questi gli ostacoli che emergono dall’ultimo rapporto Inapp: “Indicatori di integrazione dei cittadini con background migratorio”.

In Italia, al primo gennaio 2022, i cittadini di Paesi terzi residenti erano circa 3 milioni e 500mila, in aumento rispetto al 2021 di quasi il 6%. Tra gli immigrati residenti la percezione di essere discriminati risulta più forte tra chi è nato fuori dall’Unione europea: quasi uno su tre, il 30,6% dei casi. Si riduce invece a meno di uno su cinque (19,2%) in chi proviene dalla Ue e solo al 3,5% in chi è nato in Italia. All’interno del gruppo dei nativi extra Ue sono gli uomini a sentirsi più discriminati, con uno scarto rispetto alle donne di quasi 10 punti percentuali.

Per quanto riguarda l’ottenimento della cittadinanza, l’ultimo dato (2021) parla di 55.542 acquisizioni per residenza, che corrisponde al 68% del totale, contro il 32% delle acquisizioni per matrimonio. Secondo il Ministero dell’Interno nel 2022 ai primi posti nella concessione della cittadinanza per matrimonio risultano, nell’ordine, le nazionalità marocchina, brasiliana, albanese, argentina e rumena. Il canale matrimoniale nell’acquisizione della cittadinanza risulta molto più diffuso tra la componente femminile.

Ma è la condizione socio-economica di chi è nato all’estero che risulta più penalizzante. “È decisamente peggiore - chiarisce il presidente dell’Inapp Sebastiano Fadda - rispetto ai nati in Italia. Tra i primi, infatti, il tasso di povertà relativa è del 30%, contro il 18% dei nativi”. Una condizione dei residenti immigrati che è conseguenza anche della possibilità o meno di trovare lavoro. Nell’anno di rilevazione dell’indagine, il 2021, il tasso di disoccupazione medio dei cittadini stranieri, sia comunitari che extra, si attesta attorno al 15%, a fronte di quello dei cittadini italiani che è di quasi il 9,5%. Questa differenza, più marcata al Nord, va sfumando mano a mano che si scende verso le realtà meridionali e delle Isole. Nei tre gruppi osservati (cittadini italiani, comunitari ed extra Ue), la componente femminile presenta ovunque tassi di disoccupazione sensibilmente maggiori. Ma la più ampia differenza si riscontra tra i cittadini non Ue, dove il tasso di disoccupazione femminile sopravanza di più di quattro punti percentuali quello maschile.

Anche per chi riesce a trovare lavoro, però, lo svantaggio degli stranieri non Ue appare evidente se si va a vedere il tipo di contratto lavorativo ottenuto. A livello nazionale, infatti, la quota di contratti a termine tra i lavoratori extraeuropei raggiunge il 27,8%, contro il 22% rilevato tra gli stranieri comunitari e il 16% tra i lavoratori di cittadinanza italiana. A livello geografico, da Nord verso Sud aumenta l’incidenza dei lavoratori a termine, fino a raggiungere, per i non comunitari, una percentuale del 43,5%. I contratti atipici sono però molto più marcati tra gli uomini rispetto alle donne, con picchi in Basilicata e Calabria, dove i contratti a termine riguardano il 61% dei lavoratori extra Ue maschi.

Fortemente penalizzante per gli immigrati residenti è poi il fenomeno della cosiddetta sovraqualificazione lavorativa, ossia la condizione di individui altamente istruiti impiegati in occupazioni a medio-bassa qualificazione. C’è da dire che in Italia la sovraqualificazione è un problema strutturale che coinvolge anche molti cittadini nativi italiani, ma raggiunge livelli altissimi tra gli stranieri extra Ue. Basti pensare che nel 2020, sulla base dei dati elaborati nell’ambito del rapporto Inapp, il tasso di sovraqualificazione tra gli stranieri non comunitari ha toccato quota 71,8, con un divario rispetto a quello dei cittadini italiani del 54,1%, differenza che nelle Isole e nel Nord-Est supera addirittura il 60%.

“È molto probabile - conclude Fadda - che molti stranieri non comunitari non solo abbiano più difficoltà, culturali e linguistiche, ma, ancorati a necessità impellenti, abbiano anche aspettative inferiori nella ricerca di un lavoro e siano quindi maggiormente disposti a lavorare e a svolgere mansioni che sono al di sotto del livello di competenze e del livello scolastico che hanno in dote. Insomma, il problema dell’integrazione è una sfida da affrontare non solo per ragioni di giustizia e di equità, ma anche per la coesione sociale, il progresso economico e il benessere dell’intera popolazione”.