di Errico Novi
Il Dubbio, 21 maggio 2026
Non è la prima volta che i pubblici ministeri indagano un avvocato non perché sorpreso nel compimento di attività illecite, ma perché passa per attività illecita la stessa funzione difensiva. Capita meno di frequente che le accuse a un penalista si elevino a tal punto da consentire, nei suoi confronti, il ricorso alle intercettazioni. Ma a volte capita. Solo che a Perugia, dove a essere stata “spiata” è una valentissima e stimatissima avvocata, Daniela Paccoi, si sono dimenticati di spegnere le microspie. Le hanno lasciate accese in tutte e quattro le sale colloqui del carcere. E così ora, nei file custoditi dalla Procura, ci sono le conversazioni di almeno altri 6 legali del Foro umbro, totalmente estranei all’inchiesta su Paccoi, con altri detenuti altrettanto ignari ed estranei al caso “di partenza”.
Poco meno di un mese fa su queste pagine la nostra Simona Musco aveva riferito delle accuse mosse nei confronti della professionista di Perugia: concorso esterno in associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Sulla base di cosa? Paccoi aveva suggerito il silenzio a un proprio assistito, un ristoratore indagato per narcotraffico, dopo il ritrovamento, nel suo locale, di un pacco con 65 chili di cocaina. In realtà, come raccontato lo scorso 26 aprile su queste pagine, Paccoi ha semplicemente illustrato al proprio cliente i benefici che avrebbe conseguito da un’eventuale collaborazione con i magistrati. Gli inquirenti premevano affinché lui, l’indagato, facesse i nomi delle persone da cui sarebbe arrivata la droga. Il ristoratore ha così optato per il silenzio. Scelta comunissima, ispirata a un principio cardine del diritto penale, “nemo tenetur se detegere”, nessuno è tenuto ad autoaccusarsi, e quindi a nessuno può essere imposto di indicare complici, nel momento in cui un certo indagato si dichiara innocente.
Ebbene, dinanzi all’ineludibile diritto al silenzio rivendicato dalla persona accusata di narcotraffico, la Procura di Perugia ha puntato addirittura all’avvocata, ritenuta “colpevole” di aver sconsigliato, appunto, la collaborazione con i magistrati. Come ha fatto, direte, il pm a cercare elementi che corroborassero l’ipotesi secondo lui l’avvocata Paccoi volesse favorire i presunti complici del ristoratore, anzi cooperare esternamente al consesso criminale? Semplice: ha elevato l’accusa da favoreggiamento a concorso esterno e ha così potuto iniziare a intercettare tutti i colloqui in carcere fra la penalista e l’assistito.
Delle sentenze con cui la Cassazione ha lasciata aperta la possibilità di ignorare le norme che proibiscono di spiare l’avvocato (norme rafforzate dalla riforma penale del 2024 promossa da Carlo Nordio, e dalle modifiche proposte dal forzista Pierantonio Zanettin), ha parlato ieri il penalista che (insieme con le colleghe Silvia Egidi e Silvia Lorusso) difende Paccoi, Alessandro Cannevale. In un’ampia intervista a La Verità, Cannevale ha svelato appunto l’effetto ulteriore, e per certi aspetti surreale, della vicenda: l’estensione, involontaria ma gravissima, dell’attività d’intercettazione ad altri ignari avvocati. Gli agenti che hanno materialmente piazzato le microspie non si sono preoccupati di schiacciare l’interruttore ogni volta che Paccoi lasciava la sala colloqui. E così, come raccontato a La Verità dal collega che assiste la penalista umbra, gli investigatori hanno continuato a captare “a oltranza” decine di altre conversazioni svoltesi al “Capanne” di Perugia tra altri ignari professionisti e i loro altrettanto ignari assistiti detenuti. Tutto quel materiale è ora memorizzato nei file custoditi a loro volta dalla Procura. Ma naturalmente a quelle conversazioni hanno avuto accesso i tre penalisti che difendono Paccoi: le hanno potute sentire, come previsto dalle norme sulle intercettazioni, per verificare se in tutti i brani registrati, inclusi quelli che la polizia giudiziaria non aveva trascritto, vi fossero elementi utili alla difesa. La scoperta di questo “panopticon, come lo definisce il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro (o forse dovremmo dire “panacustikon”), è tanto casuale quanto sconcertante. Certo, tutte quelle intercettazioni sono nell’archivio segreto del procuratore facente funzioni, ma contengono ore ed ore di strategie difensive riguardanti indagati reclusi, Di fatto una banca dati “illecita” che in consentirebbe in astratto, a un pm molto scorretto, di scoprire la linea difensiva di svariati indagati o imputati detenuti. Un caso grave, una sorta di wikileaks carcerario, frutto dell’ennesima inopinata scelta di trasformare un’attività difensiva, come quella di Daniela Paccoi, in un’improbabile attività criminale.











